Cracco
Via Victor Hugo, 4
20123 Milano
Tel: 02.876774
www.ristorantecracco.it
Cucina: 44 / 50
Cantina: 8.5 / 10
Contesto: 4 / 5
Sala: 4 / 5
Gestione: 4 / 5
Servizio: 4 / 5
Mise En Place: 1 / 3
Pane: 2.5 / 3
Coccole: 2 / 3
Dolci: 7.5 / 10
Caffetteria: 2 / 3
Presentazione piatti: 3 / 3
Bonus: 4
Extra: 0.5
TOTALE : 91 / 110
Costo: €€€€
Rapporto qualità / prezzo: B\C
Eccoci ritornati nel Bel Paese.
I giornali ci accolgono con un Berlusconi sanguinante al volto, con il libro di “cucina” della Parodi bis in cima alle classifiche di vendita, Natale a Beverly Hills che prende contributi statali come film d’essai, l’ennesimo attore comico (ad esempio Christian De Sica… comico?) che fa un film semi-serio (Il figlio più piccolo di Pupi Avati, in uscita nelle prossime settimane) e deve essere bravo quasi per forza e un articolone del Corriere della Sera sui rimborsi dei politici (4 euro per ogni euro speso, ma non c’era stato quel referendum promosso dai radicali?).
Siamo proprio tornati a casa.
Grazie al signore ci sono meno Babbo Natale free-climber ai balconi!
Decidiamo di celebrare il rientro con una cenetta da Monsieur Carlo Cracco, uno degli chef che a pelle ci sta (anzi stava) più antipatico in quanto percepivamo il suo ristorante come la versione gastronomica dei tanti “vorrei ma non posso” in circolazione.
Cerchiamo un attimo di farvi vedere il mondo con i nostri occhi…
Ci fa incazzare chi fa la fila di notte per comprare le Jimmy Choo di H&M non chi ha i soldi per comprarsi dieci paia di scarpe da 700 euro (VorreiMaNonPosso principessa), ci fa più pena chi si compra un Porsche Cayenne usato a rate di chi ha una Fiat Panda a metano (VMNP privè Hollywood) , ci fanno andare in bestia le persone che hanno sempre problemi sentimentali, sempre in giro per locali a caccia di “svago” che parlano solo di piselli e patate (senza essere ortolani) e poi si accoppiano con partner che anche un cieco vedrebbe come sbagliati (VMNP qualcuno che mi ami), prenderemmo a calci nel sedere tutti quelli che cercano la scorciatoia reality pur di non cercarsi un lavoro (VMNP essere famoso), ci fanno ridere quelli che tifano Juve pur non essendo di Torino solo per avere un riscatto sociale e provare il gusto di vincere una volta ogni tanto (VMNP campione d’Italia come Del Piero), vorremmo prendere a sberle tutti quelli che vanno a festeggiare la vittoria del partito di turno sperando che la loro vita migliori (VMNP posizione sociale migliore), offriremmo una passeggiata al parco a tutti quelli che vivono su internet con una proiezione della propria immagine diversa da quella reale (VMNP essere meno sfigato), faremmo trovare nel pacco di natale un po’ di gusto e personalità a tutti quelli che qualunque genere musicale ascoltino è quello di moda in quel momento (VMNP essere un esperto di musica)… abbiamo dimenticato quelli che in ogni frase mettono una parola in inglese o francese per far vedere che sono “internescional”! Ma lo facciamo anche noi! D’OH! Tu vo fa l’americano ma si nato in Italy…
E’ il mondo di gente che vorrebbe essere ma non può e Cracco, prima di averlo provato, ci dava questa impressione.
Era il locale blasonato ma mai riconosciuto dalle guide tra i primissimi in Italia, più un vanto e un punto di riferimento per milanesi e lombardi che vanno in questo tipo di posti non per passione ma per status symbol, un po’ come quelli che vanno a teatro solo per farsi vedere.
La nostra idea del riccioluto Carlo era quella di uno chef che ha costruito la propria fama sul passaparola degli industrialotti bauscia di una città più adatta ai viveur da aperitivo o sui sedicenti esperti di cucina che non hanno una propria opinione ma la ricavano dalle guide.
Poi c’era la pubblicità dell’acqua minerale nella quale appariva ben visibile la scritta che i soldi guadagnati dallo chef erano devoluti in beneficenza (chi la fa non lo dice).
Infine le polemiche per il sommelier che stappava bottiglie da centinaia di euro senza precisa indicazione del cliente, il contestato conto di quattromila e passa euro per un pasto a base di tartufo e tante altre critiche sul tipo di cucina.
Ci sbagliavamo e siamo qui a raccontarvelo.
Dal 2007 il binomio con la mega-super-fantastica Gastronomia Peck (Via Spadari, 9, voto: 4 pallini abbondanti) si è spezzato e ora il ristorante Cracco situato in un seminterrato poco distante dal Duomo, brilla di luce propria.
Scendiamo le scale, temendo di aver imboccato l’ingresso per la metropolitana fino a quando non incontriamo un premuroso personale al quale lasciare i cappotti.
E via, si riparte, si scende ancora verso l’Averno.
Ancora qualche gradino e ci accomodiamo nella sala sulla destra.
L’ambiente è decisamente moderno e destinato a passare di moda in breve tempo, le pareti bordèu (come le definirebbero in Guascogna) sfumano nelle tinte tenui di tovagliato e mise che però risultano superati e fin troppo modesti (piatti ancora griffati Cracco-Peck, centrino rosa sfilacciato e consunto e vasettino dei fiori un po’ miserello).

Arriva la carta e le nostre facce si rasserenano, due bei menu sopra quello più tradizionale (rivisitato in chiave moderna) e sotto quello di stampo creativo, in un foglio a parte un ortodosso menu a base di tartufo bianco d’Alba (costo: 270 euro, il tuber non viene più pesato ma solo mostrato al cliente -non abbiamo mai visto in vita nostra “patate” così grosse- ed ogni portata ha un suo costo prestabilito onde evitare spiacevoli equivoci).
Intanto i grissini vengono serviti al tavolo

Mentre il Pane viene scelto da un vassoio

Franciacorta Dosage Zero di Secolo Novo (in alternativa ad un paio di Champagne) come aperitivo accompagnato da Verdure disidratate “in da box” (♫♫♫♫)

The box is open:

Canapè

carta dei vini di tutto rispetto dalla quale scegliamo l’accompagnamento al calice (tra i tanti proposti) con due vini che ci stuzzicavano:
-Aglianico “I Viaggi” Joaquin 2006 (♪++; siamo in campania e l’uvaggio tipico del Taurasi viene qui vinificato in bianco per creare un prodotto dal colore particolare, molto fresco con profumi floreali e divertente da abbinare con piatti di pesce)
-Hermitage (come recita la lista-vini o Ermitage come diciamo noi) Le Pavillon di Chapoutier (Rodano), questo purtroppo verrà sostituito con un Carso Terrano di Edi Kante (♪; dalla zona del Carso in Friuli Venezia Giulia), sarà la crisi o c’è capitato il sommelier (non Gardini) con il braccino corto?
Parte il menu deputato a stupire con la sua creatività:
Insalata russa caramellata al coriandolo (♫♫♫♫)

Ostrica cotta al sale con cachi, pompelmo e noci (♫♫♫)

Cagliata di latte con ristretto di crostacei (♫♫♫♫)

Filetto di triglia, orchidea al vapore, limone verde e peperone alla senape (♫♫)

Crema bruciata all’olio di vaniglia, mais e uva (♫♫♫)

Spaghetti d’uovo marinato, ricci di mare e caffè (♫♫♫♫; il piatto più popolare dello chef è una “cagata pazzesca” direbbe nella sua genuina ignoranza Fantozzi ma esaminadolo criticamente va dato atto che c’è tanto studio dietro questi spaghetti. Non è un piatto adattato ma una creatura completamente nuova che è stata sviluppata nel tempo. La consistenza è abbastanza gommosa ma la soluzione di creare uno spaghetto è la più azzeccata, qualsiasi altro formato creerebbe un effetto chewing-gum in bocca. Il piatto risulta armonico negli ingredienti, ha un sapore nuovo che incuriosisce e va sicuramente provato per l’ingegno culinario)

Corzetti di pasta di semola, funghi e pinoli tostati (♫; passaggio interlocutorio, un corzetto ligure scotto e funghi in accompagnamento, rimane solo un banale gioco di consistenze)

Manzo bollito, anice e verdure al latte (♫♫♫, uno squisito manzo circondato da diversi ingredienti con cui giocare)

Oca stufata alle verze (♫♫♫♫-, oca un po’ dura ma verze sopraffine)

Ragù di rognone, alici e tartufi di mare (♫♫)

Castagna bollita con latte (♫♫♫+)

Insalata di frutta autunnale e gelato alle spezie (♫♫)

Frutta disidratata, anacardi e nocciole con qualche pralina

Da accompagnare al caffè

Una delle chiavi del successo di questo locale, oltre al popolare cuoco, sono il quasi altrettanto famoso Sous-Chef Matteo Baronetto e il miglior Sommelier AIS 2004 Luca Gardini.
Ci dobbiamo fidare perchè non abbiamo avuto modo di confrontarci il duo all’opera ma possiamo assicurarvi che quello che esce dalla cucina è di qualità e la cantina è allestita con intelligenza e gusto, essendo in una piazza come Milano temevamo troppe etichettone acchiappa-miliardario pollo.
Il sommelier Gardini, un po’ Pee Wee Herman un po’ Spock di Star Trek, appare solo verso fine cena per dedicarsi al tavolo di fronte al nostro, dove nel giro di cinque minuti stappa dieci bottiglie da far testare al turista asiatico di turno.
Abbiamo modo di ammirare il suo mestiere e sentirlo mentre assicura al cliente che non pagherà tutte le bottiglie stappate ma solo quelle che gli piaceranno e il resto se lo gestirà con gli altri avventori del ristorante perchè lui sa fare il suo mestiere.
Il suo mestiere era farci rifilare quel Terrano invece dello Syrah?
Ci aggiungiamo la pressione dei camerieri verso fine pasto come se dovessimo far spazio ai clienti del dopo-teatro, qualche piccola dimenticanza nel rabbocco di pane, vino o acqua e le presentazioni dei piatti fatte con troppa sufficienza.
Sono queste piccole cose ma evidenti per chi ha un po’ di esperienza i motivi che fanno si che uno come Cracco non sia ancora arrivato all’agognata Terza Stella.
Parlando della cucina non possiamo muovere critiche particolari anzi definire solamente cucina quella che viene proposta in questo ristorante è limitativo, qui si servono pietanze che sono frutto di un lungo studio durante il quale quei vetusti quattro fornelli si sono trasformati in un laboratorio del gusto in cui ogni ingrediente viene studiato, trasformato e combinato per dar vita al miglior Frankenstein (nel senso del mostro non del dottore) che la scienza-culinaria abbia mai concepito.
Ci sono ancora pietanze che andrebbero riviste (Corzetti) o potrebbero essere migliorate (Crema bruciata), effettivamente non è una gran cosa mettere in carta piatti in via di sperimentazione ma quello che troviamo non è in fase embrionale o non buono ma sembra lasciare spazio ad una crescita.
La scuola Marchesi, Ducasse e Pinchiorri si vede e Cracco non ha più nulla da invidiare a cotanti maestri. Ora a Milano è senza dubbio il numero 1. A dirla tutta ci manca ancora da testare Sadler tra i grandi vecchi ma rimedieremo presto.
Altre note: un plauso alla scelta dei fumetti di Max Bunker per il sito e il menu in strada, esiste un “table d’hôte” che come in un acquario permette di vedere lo chef all’opera e complimenti a Gardini per il premio di miglior Sommelier d’Europa.
La coppia Cracco (la mente) + Baronetto (il talentuoso allievo) trova un epigono musicale solo nell’avanguardistico sound targato BILL LASWELL (ex-Material)+ PETE NAMLOOK di “Psychonavigation” (1994), capolavoro di avanguardia rock e space-music!



























































































