Quintessenza

Archiviato in: Ristoranti, Recensioni — admin at 4:27 pm on Venerdì, Agosto 20, 2010

Piazza San Martino, 3a
5080 Moniga del Garda (BS)

Tel: 0365.502116‎
www.ristorantequintessenza.it

Cucina: 37 / 50
Cantina: 7 / 10
Contesto: 3 / 5
Sala: 3 / 5
Gestione: 3.5 / 5
Servizio: 4 / 5
Mise En Place: 1 / 3
Pane: 2.5 / 3
Coccole: 2 / 3
Dolci: 7 / 10
Caffetteria: 1 / 3
Presentazione piatti: 2 / 3

Bonus: 2
Extra: 0.5

TOTALE : 75.5 / 110

Costo: €€

Rapporto qualità / prezzo: B

Ultima visita: Estate 2010
Vorremmo fare le cose bene ma siamo sempre di fretta.
Un paio di foto aggiunte ai recenti post su Villa Feltrinelli e la Madia, un gradito ritorno alla Pizzeria I Tigli di San Bonifacio (www.rockersgotorestaurant.com/?p=1121) e a La Crepa di Isola Dovarese (www.rockersgotorestaurant.com/?p=1387) e siamo pronti per una nuova missione.
Questa volta la nostra vittima sarà lo chef Fabio Mazzolini che da ormai diversi anni gestisce con fortuna il ristorante Quintessenza nel centro di Moniga.
Il locale da fuori non dice molto, passa quasi inosservato o almeno non lo si valuta giustamente.
Siamo in una piazzetta a pochi minuti (a piedi) dal lago, il ristorante si affaccia su una piccola rotatoria e la veranda per il servizio estivo sembra più quella di una pizzeria per turisti (sedie in ferro e plastica, cuscini un po’ “passati” e pavimentazione rivedibile) che quella di uno stellato Michelin. Sarebbe il caso di fare un investimento.
La sala interna è decisamente più elegante e carina ma non glamour, sembra un discreto tentativo di recupero di quella che una volta era la sala da pranzo di una vecchia pensione per vetusti villeggianti.
La mise en place ha la giusta formalità e appena ci servono il menu capiamo di non aver sbagliato a venire sino a Moniga.
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Innanzitutto ti aprono il menu e ti mostrano le proposte come aperitivo (così si evitano quei dubbi sul fatto che sia offerto o no, bravi!):
Costaripa Brut (spumante made in Moniga, 4 euro), Franciacorta Vigna dorata Brut (metodo classico della zona di Cazzago San Martino, 5 euro) e Cremant de Jura Domaine Berthet-Bondet (le bollicine francesi fuori dalla zona di Champagne, 6 euro).
Incominciamo a gongolare leggendo Menu “A tutto Lago” (tre portate più dessert e piccola pasticceria, 45 euro), vi potrà sembrar strano ma in molti ristoranti e trattorie sul Lago di Garda è più facile trovare proposte di pesce di mare che d’acqua dolce. Una vera assurdità. Soprattutto quando si parla di trattorie, che magari non hanno l’estro e la fantasia per valorizzare certi prodotti d’acqua salata, perchè non provare a recuperare le ricette dei pescatori e delle nonne?
Il secondo, e ultimo, percorso in carta si intitola “La Prima Volta”. Essendo il nostro primo incontro con la cucina di chef Mazzolini decidiamo che questo sarà il suo banco di prova.

L’attesa per la comanda si protrae più del dovuto ma si faranno perdonare con una serie di stuzzichini:
Pirlo scomposto, burrata con pane croccante e salatini
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Nel frattempo scegliamo il vino. La carta ha adottato la filosofia della valorizzazione del Franciacorta e delle bollicine in generale ma va dato atto di una comunque buona varietà nella proposta. Pecca un po’ in profondità di annate ma quello che ci interessa lo troviamo subito:
Sauvignon Quarz 2007 (noto Alto Adige DOP delle Cantine di Terlano o Kellerei Terlan)

Chiuso il discorso bevande ecco arrivare il cestino del pane:
Panini con pomodoro, al sesamo, con cipolla, al burro, con olive, crackers al curry,… (veramente prelibati, tanto che ci faranno il refill più di una volta)
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Il menu si apre alla grande, con quello che sarà il piatto del viaggio:
Code di gamberi croccanti con ristretto agrodolce allo zenzero
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Battuta di Fassona a coltello, composta di mela renetta, maionese al curry e sale affumicato
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Tagliolini al pesto di basilico, code di gamberi, pistacchi tostati e rape rosse
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Rombo farcito di melanzane e mozzarella su passata di peperoni dolci
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Filetto di coniglio cotto in foglie d’ulivo con olive appassite all’origano e pomodorini
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(pre-dessert, fuori menu) Cremino di pesca con amaretti
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(dessert “a sorpresa”) Tortino di pere e caramello con gelato e spuma di crema
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Piccola pasticceria (secca)
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Esperienza in chiaroscuro quella al Quintessenza, non si può certo dire di aver mangiato male ma visto l’antipasto ci saremmo aspettati di rimanere sullo stesso livello.
Più si andava avanti col menu più le portate perdevano personalità, sempre ben eseguite ma troppo semplici, che peccato!
Siamo al cospetto di una cucina con dei “numeri” ma, secondo noi, in grado di entusiasmare più i neofiti dell’alta cucina che i rodati gourmet.
Queste parole forse non rendono giustizia alla squadra di Fabio Mazzolini, il suo ristorante è, nel complesso, superiore a tanti altri più alla moda e chiacchierati, quindi meglio dare un occhio ai bei voti e al punteggio finale che fanno si che questo locale si piazzi in una buona zona della nostra classifica (tra Oldani e i Cerea).
Servizio al tavolo esemplare con qualche rallentamento dettato dalla cucina.
Siccome noi e i nostri ospiti (non avevamo ancora detto che anche questa volta eravamo in quattro ma qualcuno, guardando le foto, avrebbe potuto intuirlo) abbiamo fatto razzia di panini decidono a fine pranzo di omaggiarci di un bel sacchetto di carboidrati da portare a casa e riscaldare (Grazie!).
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Prima di tornare a casa… Rockers take a swim… xoxoxo
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Se questo locale fosse una band sarebbe gli Arrows ovvero la quintessenza dei grandi perdenti del rock n roll. Un gruppo ignoto ai più ma “colpevole” di aver inciso un brano memorabile e fin troppo coverizzato, da Joan Jett a Brittney Spears, come “I love Rock’n'roll” (1975). Il punto di contatto con il ristorante sta nella non grande popolarità che il Quintessenza ha al di fuori di Moniga e nel fatto di avere in carta una grande hit come le Code di gamberi e tanti piatti più di maniera. Se poi volete cercare un disco e non il solo 7″ della rock band britannica, meglio buttarsi sulla raccolta “The Singles Collection Plus” piuttosto che sul primo (ed unico) studio-album “First Hit” dove tra l’altro la celeberrima song non è presente.

Villa Feltrinelli

Archiviato in: Ristoranti, Recensioni — admin at 5:00 pm on Sabato, Agosto 14, 2010

Via Rimembranza, 38/40
25084 Gargnano (BS)

Tel: 0365.798000
www.villafeltrinelli.com

Cucina: 42 / 50
Cantina: 7.5 / 10
Contesto: 5 / 5
Sala: 5 / 5
Gestione: 2 / 5
Servizio: 4 / 5
Mise En Place: 2 / 3
Pane: 2.5 / 3
Coccole: 3 / 3
Dolci: 7.5 / 10
Caffetteria: 2.5 / 3
Presentazione piatti: 2.5 / 3

Bonus: 3.5
Extra: 2

TOTALE : 91 / 110

Costo: €€€€

Rapporto qualità / prezzo: C

Ultima visita: Estate 2010
Ogni estate ci mettiamo alla ricerca di un bel ristorante affacciato sul mare o sul lago dove trascorrere un pranzo o una cenetta da piccioncini.
Ricorderete in passato le nostre gite all’Esplanade a Desenzano, il Capriccio a Manerba, Il Sole di Ranco, Il Porto di Moniga e Villa Fiordaliso a Gardone tanto per fare qualche esempio. E il Bagni Nettuno a Borgio Verezzi? Lasciamo perdere…
Quest’anno abbiamo trovato un altro posto dove poter andare per gustare un ottimo pasto godendo di un altrettanto valido paesaggio.
Villa Feltrinelli è un albergo cinque stelle affacciato sul Lago di Garda (in alta stagione la camera più economica dovrebbe costare sui 1.200 euro), rimane aperto solo sei mesi all’anno (da Aprile ad Ottobre) ed al suo interno cela uno dei ristoranti più sottovalutati d’Italia.
La costruzione dell’edificio risale al 1892, divenne famoso durante il periodo della Repubblica Sociale Italiana ospitando Benito Mussolini ed in seguito è passata in diverse mani dando conforto a diversi personaggi illustri partendo da Winston Churchill e finendo con lo scrittore David Herbert Lawrence. Stando ad alcuni racconti non mancano neppure i fantasmi!
L’albergo è nella zona centrale di un grande giardino verde e consta di poche camere più un’affascinante suite nella torre ed una intima villettina nel distaccamento oltre la piscina.
La villa è ancora oggi l’approdo preferito dai turisti britannici in vacanza in questi luoghi, americani e tedeschi si giocano la seconda piazza mentre la clientela italiana latita.
Gli ambienti, come ci illustrerà a fine cena il cameriere portandoci in giro per l’albergo rispecchiano il gusto anglosassone dei vari proprietari che hanno posseduto e restaurato il palazzo, un po’ troppo pomposo per il gusto meditarraneo.
Sotto vi abbiamo messo una bella foto di Villa Feltrinelli per invitarvi a provare questa esperienza siccome i nostri scatti, causa una cena a lume di candela, non saranno di nessuna utilità.
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Per arrivare si deve entrare nel centro di Gargnano (siamo a Nord di Salò) e proseguire lungo una stretta stradina che corre parallela al lago, ad un certo punto sulla destra troverete un piccolo cancello chiuso senza insegne o altro, della serie “curiosi alla larga” e a questo punto non vi resta che scendere dall’auto, leggere sopra il campanello Villa Feltrinelli e suonare. L’addetta alla reception vi farà un breve terzo grado poi vi aprirà le porte della Villa. A questo punto con la vostra bella macchinina scenderete attraverso un parco fino al parcheggio dove non troverete altro che Cadillac, Rolls Royce e tutte le Pagani Zonda messe in circolazione.
La nostra piccola macchinina al cospetto di tutto questo sfarzo si è spenta e non si è più riaccesa e solo grazie all’aiuto di alcuni dipendenti dell’albergo siamo riusciti a rimetterla in moto… ma questa è un’altra storia.
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A riceverci e farci strada nell’albergo c’è una delle ragazze addette al ricevimento poi come un testimone ci passa nelle mani del giovane maitre che chiede se vogliamo fare un aperitivo o iniziare subito la cena.
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Decidiamo di gustarci un aperitivo dalla balconata vista lago, la scelta è assai ampia si va dai drink analcolici ed alcolici ai vari spumanti, champagne e prosecco.
(nuove app da testare:)
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Bollicine per lui e Analcolico per lei…
Champagne Pommery Cuvee Louise 1999
Cocktail alla frutta
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Il tutto accompagnato da canapè di un certo livello
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…e stuzzichini classici
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L’accoglienza è molto formale ma ben presto capiscono che non siamo clienti che apprezzano le troppo smancerie così andremo avanti con toni più rilassati ed amichevoli.
Arriviamo alle due carte, quella della cucina e quella dei vini. Partiremmo prima dalla seconda perchè è quella un po’ meno interessante, ci sono tante bottiglie di pregio ma sono soprattutto nomi altisonanti e rivenduti a caro prezzo, immaginiamo non sia facile gestire una cantina di un ristorante aperto solo per sei mesi e non frequentato (immaginiamo) da enologi però si potrebbe fare di meglio.
Di tutt’altra forgia il menu che propone lo chef Stefano Baiocco, una serie di portate che già dalla sola lettura dimostrano una certa personalità, il menu degustazione è uno solo proposto alla ragguardevole cifra di 180 euro (ma volendo c’è anche la versione ridotta a 4 portate, spesa 120 euro).
Siamo venuti qua per godere quindi ci giochiamo il pacchetto completo.
A questo punto ci propongono o di cenare nella terrazza che si affaccia sul lago o in uno dei quattro tavoli direttamente sull’acqua.
In realtà la scelta per noi sarà tra il fare degli ottimi scatti alle portate stando nella terrazza illuminata o fare i romanticoni e sbattercene delle foto cenando a lume di candela a pochi metri dall’acqua.
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Scusateci ma prima viene il nostro piacere poi questo sito.
Ci guardiamo negli occhi per un secondo ed entrambi ci dirigiamo con decisione verso il lago.
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Arriva la piccola amuse bouche di
Salmone con avocado…
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…accompagnata da un cestino dei pani di varie tipologie, tutte molto buone e ancora calde!
Non ce li hanno spiegati ma diremmo che quelli che abbiamo assaggiato erano il classico bianco, uno alla cipolla, c’era anche un babà con pasta di salame (mhhh…) , uno alle olive,… poi basta! Non ci si può rimpilzare di pane! img_1988.jpg

Da gustare col pane c’erano un patè di pomodoro e uno di olive. L’olio invece ce lo fanno scegliere, noi abbiamo optato per l’indigeno Gargnà. Arrivano pure i grissini, non male, anche quelli fatti in casa e dalla consistenza neanche troppe ore prima!
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Ed eccoci finalmente arrivati al menu…

Il Tonno… gazpacho di pomodori datterini leggermente gelatificato e biscotto al parmigiano
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La Zuppetta… di pesci di scoglio e tenerissimi calamaretti spillo farciti con una battuta di zucchine novelle e limone
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I Ravioli… di pasta fresca farciti con pomodoro arrostito e burrata pugliese, pinoli tostati e gocce di pesto
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Il Branzino… filetto di branzino cotto al vapore con crema di broccoletti profumata con colatura di alici di Cetara‎
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Il Manzo Wagyu… passato vivacemente alla griglia e servito in un consommè profumato d’agrumi (il cameriere ci spiega che è il famoso manzo allevato a birra e massaggiato lungamente. Noi chiediamo: “E’ il famoso Kobe?”. Lui:”Il Wagyu è giapponese mentre il Kobe è australiano”. Non ci andava di correggerlo in primis per educazione poi perchè è stato veramente gentile con noi. Per quanto ne sappiamo, Kobe è una città giapponese quindi il manzo Kobe è nipponico. Tornati a casa abbiamo approfondito sembra che il “Kuroge Wagyu”, letteralmente mucca giapponese nera, dovrebbe essere proprio l’impropriamente detto Kobe)
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Insalata Villa Feltrinelli… con 120 tra fiori ed erbe (giuriamo, ci hanno detto 120, non le abbiamo contate ma secondo noi erano meno!), coltivati dallo chef, su Millefoglie di champignon e olio leggero (questo è un piatto fuori menu di cui lo chef va molto orgoglioso, anche giustamente potremmo dire, perchè fiori ed erbe andrebbero riscoperti come alimenti ma noi proprio non siamo degli erbivori, ci stiamo sforzando per migliorare, però che fatica mandar giù tutto quel prato. Troppe altalene di gusti quando poi in bocca hai ancora il sapore di una carne eccezionale è un vero peccato coprirlo. Piatto consigliato a tutti i membri del gruppo Facebook Paolo Lopriore Appreciation Society)
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Come pre-dessert arriva in un guscio d’uovo finto (almeno così ci pareva…) una
Spuma di zabaione
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La Crespella… leggera crespella di latte con una spuma allo yogurt magro e zenzero, sciroppo alla lavanda
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Ci stavamo dimenticando del
Garda Rosso Superiore dell’Azienda Provenza, selezione per la Villa, servito come vino di accompagnamento per la carne
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Petit fours (i più originali: Ciliegia d’oro, bignè di peperone -tostissimo- ed un cappuccino freddo) che fanno da contorno ad un caffè e un Tea alla verbena
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Per chiudere un po’ di
Frutta fresca
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Una cena da favola, sicuramente conquisterete qualsiasi partner portandolo qui ma, ci sono sempre i ma, un po’ troppo sopra le righe.
Non parliamo della cucina dello chef Baiocco, questa è misurata ed intelligente, ma dei costi e dello sfarzo.
Anche i bagni sembrano quelli del Titanic:
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Se paragoniamo una serata qui con una a Villa Crespi non c’è paragone, qui ti senti più prigioniero di certi stereotipi del lusso.
Anche la condotta del servizio è diversa, da Cannavacciuolo si avverte di essere in un grande ristorante mentre in casa Baiocco percepisci di essere in un grande albergo.
Sono sottili le diversità ma evidenti.
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Vogliamo poi parlare dei costi? Ci sono menu in ristoranti più rinomati e premiati (oltre che qualitativamente superiori) che costano molto meno!
Non fatevi una cattiva idea di Villa Feltrinelli ma ci sembrava scontato dire solamente che tutto fosse di alto livello così vi abbiamo informato anche delle nostre sensazioni dettate, forse, dalla non abitudine a frequentare certi ambienti.
Non è una cosa da poco il primo impatto, il non sentirsi a proprio agio ed interagire con receptionist che ti squadrano da capo a piedi valutando il capitale che indossi (neanche fossero le commesse del terribile Sisley… uahauahah… per chi l’ha voluta capire).
Preferiamo avere a che fare con maitre e sommelier piuttosto che con figure che ricordano i maggiordomi di una volta.
Probabilmente lo staff si è tarato su una certa clientela che queste cose le pretende e le apprezza.
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Torniamo a parlare di cucina.
Ravioli divini, Manzo da “ola” e non una caduta di tono durante tutto il tragitto.
Le cotture erano eseguite ad arte, consistenze corrette, rispetto dei sapori delle materie prime, sapiente gioco dei vegetali in accompagnamento ed una voglia di azzardare contenuta.
Che una cucina del genere, inserita in questa cornice, abbia una sola stella è quasi uno scandalo.
Alcuni ci hanno detto che il limite è nel servizio, a noi onestamente non sembra, quello che devono fare lo fanno a dovere. Se poi, come nel nostro caso, valutiamo le difficoltà che comporta fare su e giù dalle scale tutta sera per portare i piatti sul lungolago non ci resta che toglierci il cappello e ringraziare.
E’ chiaro che ci siano in giro squadre meglio oliate e più professionali ma stiamo sempre discutendo di un posto che apre i battenti solo alcuni mesi quindi avrà una certa difficoltà ad organizzare un team vincente.
Cosa manca? Torniamo al discorso di prima. Abbiamo avvertito l’assenza di una figura cardine capace di rappresentare lo chef in sala, di dialogare col cliente e farlo sentire a casa. C’è un maitre disposto alla conversazione ed un direttore (d’albergo) che passa ad accertarsi che tutto vada bene ma sembravano degli atti meccanici dettati dalla routine più che sincere attenzioni.
E’ perfetto non voler essere invadenti ma tra questo e il sembrare distaccati c’è un abisso.
Non fosse stato per il nostro cameriere, che è riuscito a smorzare i toni da cena a Buckingham Palace, ci saremmo sentiti come due cenerentole al ballo delle debuttanti.
Detto inter nos, se facessimo una nuova gita da queste parti ci verrebbe sicuramente la voglia di fermarci qui per cena ma siamo certi che istinto e portafogli ci spingerebbero di più verso la vicina Villa Fiordaliso.
Rockers go home!
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Al momento di saldare ci scappa una risata, paghiamo euro XXX.20, centesimi derivanti da non sappiamo cosa (poi lo scopriremo è un 5% di costo del servizio, probabilmente serviranno per comprare pile nuove alle mini-torce elettriche che i camerieri usavano per illuminare i piatti quando li servivano).
Nella busta con il resto ritornano 80 centesimi! Dopo questa giuriamo che non ci lamenteremo più dei mancati arrotondamenti! Vi rendete conto?
Dato che è un posto da ricconi e siccome, pur pagando tanto, hanno voluto anche i 20 centesimi di euro, decidiamo di proporre in abbinamento musicale un disco della star dell’hip hop 50 CENT. L’album in questione non può non essere “Get Rich or Die Tryin’” dove il rapper ricoperto d’oro, muscoli e tatuaggi ci spiega tutta la sua filosofia di vita. Più o meno la stessa di tanti politici italiani.

Trattoria La Madia

Archiviato in: Ristoranti, Recensioni — admin at 5:56 pm on Venerdì, Luglio 30, 2010

Via Aquilini, 5
25060 Brione (BS)

Tel: 030.8940937‎
www.trattorialamadia.it

Cucina: 32 / 50
Cantina: 6.5 / 10
Contesto: 3.5 / 5
Sala: 2.5 / 5
Gestione: 3.5 / 5
Servizio: 3.5 / 5
Mise En Place: 1 / 3
Pane: 2 / 3
Coccole: 1 / 3
Dolci: 6 / 10
Caffetteria: 1 / 3
Presentazione piatti: 1 / 3

Bonus: 2.5
Extra: 0.5

TOTALE : 66.5 / 110

Costo:

Rapporto qualità / prezzo: B

Ultima visita: Estate 2010
Eccoci ancora pellegrini tra le trattorie della provincia bresciana.
Questa volta dobbiamo raggiungere i 650 metri di altitudine di Brione.
Già la home page del sito della Trattoria La Madia è in grado di dare spunti interessanti: “Da noi non si passa per caso, bisogna venirci apposta e noi dobbiamo offrire qualcosa di speciale”, “Il nostro intento è quello di fare assaggiare il nostro territorio”, “Un formaggio fatto con latte pastorizzato ha perso il suo legame con la terra di produzione”, “Avvertenze! Locale anomalo! Locale carogna”, “Ogni forma di Bagoss è diversa, figlia di quel latte fatto in quei giorni, con gli animali che in quei determinati pascoli hanno mangiato quelle determinate erbe”, “Non hanno senso frasi del tipo il Groppello è un vino così, il Franciacorta ha queste caratteristiche… ma piuttosto questo determinato Groppello, di questa azienda, che ha questi terreni e questa metodologia”…
I presupposti sono buoni ma saranno solo chiacchiere o troveremo anche sostanza?
La giornata è fresca ed i tornanti che affrontiamo per raggiungere il ristorante ci sembrano più agevoli… Chissà cosa ne pensano i vari cicloamatori che abbiamo visto sfidare queste salite?!
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La vista che si gode da quassù abbraccia una buona porzione della provincia bresciana.
Vi consigliamo di farvi riservare il tavolo nell’angolo della balconata perchè è l’unico da cui si può godere veramente del paesaggio.
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Per noi è stato scelto un tavolo sotto la veranda coperta dalla vite.
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In un batter d’occhio ci servono dei Grissini preparati con lo strutto
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…ed un cocktail di benvenuto a base di Frullato di Pesca e Grappa (poca Grappa)
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Secondo battito di ciglia ed ecco pure i Menu.
La carta offre tre percorsi guidati: Di Campagna, di Monte ed un Degustazione più ampio.
E’ stato veramente uno shock in positivo poter leggere la provienza di ogni materia prima (dalla cipolla alla carne) e non da meno, anche se un po’ più ruffiano, la segnalazione dei presidi Slow Food. Cercate di capirci bene, non siamo contro questa difesa dei prodotti tipici di un territorio ma a volte sembrano fatte più per moda che per reale ricerca di qualità. Se un prodotto è veramente buono difficilmente sparirà dal mercato, vi immaginate un mondo senza zafferano? Senza Parmigiano Reggiano? Senza Pollo di Bresse? Ci sono le eccezioni (lo storione forse) ma dettate da difficoltà di diversa origine e comunque ben poche. Un ultimo quesito poi andiamo oltre, mangereste più volentieri un pesce di allevamento o un pesce non di allevamento cresciuto in un mare inquinato?
Anche la Wine-List non è da disdegnare, decisa la matrice territoriale ma c’è più di una divagazione di pregio, per noi andrà bene un
Franciacorta Saten S.A. di Camossi (il produttore è un membro del Progetto TerraUomoCielo ovvero una filosofia tesa a migliorare e valorizzare il lavoro svolto dalle piccole e medie imprese agroalimentari)
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C’è il sole ma tira una piacevole brezza così ci viene voglia di testare il
Menu di Monte (nel frattempo arriva un gran bel cestino del pane)
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Si parte con un poco estivo ma decisamente saporito e soddisfacente:
Strachì parat (Cipolle, Cadolet di capra e Formaggella di Collio)
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Mozzarella di Bufala a latte crudo di Tavernole (questa non fa parte del percorso ma è stata una nostra richiesta prontamente esaudita)
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Violino di Agnello
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Malfatti al Bagoss (formaggio nell’impasto dello gnocco ed erbette nella salsa) p1030152.jpg

Stracotto di Asino della Valcamonica
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…con contorni
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Nel caso non li abbiate conosciuti sono patate (sopra) e pomodori (sotto)
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Degustazione di formaggi italiani e francesi con marmellate (un colpo da grande ristorante)
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Dolce (da scegliere nella carta apposita)
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Sorbetto d’ananas
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Caffè con piccola pasticceria
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Non fatevi spaventare dalle porzioni, questa volta non eravamo solo in due ma in quattro (si sono uniti a noi i genitori di Fancy) e nel caso avanzasse qualcosa sono attrezzati per un pratico take-away:
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Se non ne avete avuto ancora abbastanza si può fare shopping di formaggi:
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Negli anni questa trattoria ha collezionato diversi premi:
2008:
-Premio locale del buon formaggio (Slow Food)
-Premio miglior carrello d’Italia di formaggi francesi (Gambero rosso, sezione Trattorie)
-Oscar Qualità/prezzo (Gambero rosso)

2009:
-Premio Trattoria d’Italia (Golosario)
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Una cucina decisamente di sostanza che ben si incastona nel territorio dove ha sede, gli ingredienti sono di buona qualità e vengono trattati in maniera corretta.
Le porzioni sono generose ma non manca la cura nelle cotture.
L’unica caduta di stile è forse quel continuo ribadire siamo una vera trattoria e vogliamo che tutti ne siano convinti. Dal legame con Slowfood alla presentazione delle pietanze. I taglieri e le padella in tavola ci stanno ma non ce li saremmo giocati su ogni portata. Se vuoi fare il rustico non puoi giocarti padelle troppo nuove perchè non creano il giusto appeal (anche se faranno la gioia dell’ASL). Col rame andrebbe già meglio. Diciamo che se il ristorante fosse nostro faremmo così, ma alla fine che ci/vi importa? Più che altro volevamo evidenziare quanto non sembrasse una cosa spontanea ma una forzatura. Avete dei piatti, anche bellini, quindi perchè non usarli? Chiusa la digressione polemica andiamo avanti…
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Il personale spiega con dovizia ciò che si cucina sui fornelli, si impegna a dovere per coprire tutti i tavoli e riesce, nonostante tutto, a mantenere una buona dose di serenità.
In poche parole una trattoria moderna che cerca, e generalmente riesce, a ricreare le atmosfere culinarie di una volta.
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Continuate così e non fate caso al nostro delirio sui taglieri!
Se dovessimo mettere sulla bilancia questo locale e l’Osteria della Villetta diciamo che in quel di Palazzolo si mangia più leggero ma qui c’è più attenzione al dettaglio.
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La colonna sonora di tutto il pranzo sono stati i Beatles e GEORGE HARRISON, che immaginiamo siano la passione del cuoco (anche a giudicare dalle foto e dalle targhe esposte nel locale), quindi decidiamo di abbinare a questo ristorante l’ultimo album di un certo successo del compianto baronetto-chitarrista ovvero “Cloud Nine” del 1987.

Osteria della Villetta

Archiviato in: Ristoranti, Recensioni — admin at 11:28 am on Sabato, Luglio 24, 2010

Via Marconi, 104
25036 Palazzolo sull’Oglio (BS)

Tel: 030.732316
www.osteriadellavilletta.it
www.alloggiovilletta.com

Cucina: 37 / 50
Cantina: 6.5 / 10
Contesto: 1 / 5
Sala: 2 / 5
Gestione: 4.5 / 5
Servizio: 3.5 / 5
Mise En Place: 0 / 3
Pane: 1 / 3
Coccole: 0 / 3
Dolci: 6 / 10
Caffetteria: 1 / 3
Presentazione piatti: 1 / 3

Bonus: 2.5
Extra: 1

TOTALE : 67 / 110

Costo:

Rapporto qualità / prezzo: B

Ultima visita: Estate 2010
Prima uscita ufficiale di Luglio per il dinamico duo (se si esclude un passaggio estivo in quel di Dal Pescatore, del quale potete trovare un breve update qui: www.rockersgotorestaurant.com/?p=52)!
In tanti ci parlavano di questa osteria che da oltre cento anni rifocilla viandanti e gourmet di passaggio nella provincia bresciana cosicchè al primo weekend libero abbiamo deciso di fare una capatina.
Quattro generazioni di osti si sono susseguiti dietro il bancone di questo locale (membro dei Locali Storici d’Italia) ma quello che non è mai cambiato è il voler valorizzare i prodotti del territorio quindi vini della zona di Franciacorta, salumi, formaggi, pesci d’acqua dolce ed il tanto bistrattato quinto-quarto.
La cucina è quella regionale anzi, diciamo meglio, provinciale ovvero Manzo all’Olio, Trippa alla bresciana ed uccelli o lepre in salmì.
Una volta entrati in questo caseggiato si fa un balzo indietro nel tempo.
Grandi tavoloni di legno con tovagliette di carta in cui si mangia gomito a gomito con sconosciuti, c’è pure qualche tavolino per le coppiete e un cortileto adibito al servizio estivo.
Veniamo fatti accomodare all’esterno, l’ambiente è sullo spartano andante ed il via vai dei treni fa da sottofondo alle nostre chiacchiere.
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Il divertimento inizia quando una pimpante signora viene ad elencarci a voce il menu e a proporci un aperitivo di benvenuto:
Franciacorta DOCG (anzi DOP) Mosnel Saten 2005
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Anguilla in carpione e Persico dorato (carpione delicato e di rara maestria)
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Fancy: Lasagne di vitello alle verdure (gustose e decise)
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Kid: Orzo con pomodori, fagiolini e basilico (rinfrescantemente ordinario)
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Fancy: Manzo fresco all’olio con patate schiacciate (buono ma in porzione da camionista)
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Kid: Tris della casa: Polpette, Guanciale al verde ed Involtino di lonza di maiale (la polpetta vi ricorderà quella della nonna e vi farà scendere una lacrimuccia come fu per l’Anton Ego di Ratatouille)
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Gelato al Fiordilatte con fragole (ok)
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Il servizio è all’insegna del gran ritmo e della cordialità, peccato non si siano degnati di proporci l’assaggio di formaggi che hanno offerto alla tavolata dietro di noi (è detto come battuta, eravamo talmente pieni che avremmo comunque ceduto il passo).
Giudizio finale più che positivo per una delle poche osterie capaci di tener fede al proprio nome. Il dizionario recita “l’osteria è un locale pubblico dove si servono vino, altre bevande e spesso pasti alla buona”. A voler essere precisi l’insegna de La Villetta è proprio perfetta, Osteria con alloggio. Infatti ai piano superiori si trovano 5 stanze ed un salottino per la prima colazione.
Finalmente un locale che mantiene fede a quello che promette anzi definire “pasti alla buona” le pietanze che escono dalla cucina della famiglia Rossi è limitativo, in queste preparazioni c’è tutta la cultura gastronomica contadina di questo angolo di Italia.
Le guide cartacee cosa dicono? Tre Gamberi per il Gambero Rosso, per Slowfood è una delle Top Osterie d’Italia e la Michelin assegna il Bib Gourmand!
Ideale per chi è stufo di mettersi in ghingheri per cenare nei ristoranti “in”, a chi è stanco di rovinarsi lo stomaco con aperitivi dozzinali e a chi non ne può più del finto sushi made in china.
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Data la vicinanza con la stazione ferroviaria decidiamo di celebrare la visita a questa trattoria riascoltandoci un album come 4 NON BLONDES “Bigger, better, faster, more” (1992), copertina con treno e “Train” come brano d’apertura. Grazie alla hit “What’s Going On” l’album divenne un successo commerciale e fu il primo, e ultimo, momento di gloria per la vagamente talentuosa Linda Perry (la quale negli ultimi anni ha spesso collaborato con la vagamente-rocker Pink).

Ortica

Archiviato in: Ristoranti, Recensioni — admin at 3:18 pm on Sabato, Giugno 19, 2010

Via Capuzzi, 3
25081 Bedizzole (Bs)

tel: 030.6871863
www.ristoranteortica.it

Cucina: 38 / 50
Cantina: 7.5 / 10
Contesto: 3 / 5
Sala: 4 / 5
Gestione: 4 / 5
Servizio: 4 / 5
Mise En Place: 2 / 3
Pane: 2 / 3
Coccole: 1 / 3
Dolci: 7 / 10
Caffetteria: 1 / 3
Presentazione piatti: 2 / 3

Bonus: 2
Extra: 0

TOTALE : 77.5 / 110

Costo: €€

Rapporto qualità / prezzo: B

Ultima visita: primavera 2010
Uff… Recuperare 5 recensioni in 5 giorni non è stato facile!
Speriamo abbiate apprezzato almeno la sinteticità.
Snocciolando la biografia del ristorante Ortica vi segnaliamo lo spostamento da Manerba del Garda alla più placida Bedizzole, l’apertura di un ristorante di cucina italiana in Olanda e che nel pedigree dello chef Piercarlo Zanotti c’è un passaggio nel nostro caro Esplanade di Desenzano.
Stella Michelin confermata anche dopo il trasloco dalla movida estivo-turistica del lago.
Immaginiamo che lo chef sia stato spinto in un piccolo centro come Bedizzole dalla volontà di lavorare in maggiore tranquillità senza rincorrere mode e clientela stagionale.
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Locale e personale sono elegantemente accoglienti, bella la cucina a vista con i mattoni (in stile Lucanda) e mise en place di buon gusto.
L’aperitivo proposto non è il Franciacorta che ci si potrebbe aspettare ma un vino che mantiene il legame di questo ristorante con il Lago di Garda:
Lugana DOC Spumante Brut Ca’ Maiol Metodo Classico dell’Azienda Provenza
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Come stuzzichino viene servito:
Salmone marinato
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Il menu si articola in carta e percorsi veri (aperitivo e coperto compreso):
Il mercato oggi come crudo propone (40 euro)
Pranzo (27 euro)
Degustazione (60 euro)
Territorio (45 euro)
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In abbinamento al menu ci hanno proposto un gran bel vino dell’onnipresente Azienda Agricola Provenza di Desenzano del Garda: Lugana DOC Molin Vigneti Storici
Arriva qualche panino niente male…
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Il menu degustazione non elencava i piatti quindi per noi sarà tutto una piacevole sorpresa:
Mousse di Gorgonzola con sedano croccante
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Il filetto di Barbina al coltello con insalatine e olio del lago immagine-039.jpg

Il cuore di baccalà cotto all’olio con caponata di verdure
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…o in alternativa per chi non apprezza il pesce:
L’insalata di fegato d’oca al vino passito con pan brioches
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Code di gamberi
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Risotto zafferano e porcini (mantecatura all’olio)
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Tagliata di tonno con salsa piccante
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Mousse di cioccolato fondente con fragole fresche
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Caffè e piccola pasticceria
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Lo chef Zanotti propone una cucina garbata senza esoterismi, tutto fila liscio e nella massima armonia dei gusti.
Passaggi memorabili non ce ne sono ma siamo gente capace di apprezzare una cucina ordinata (non ordinaria) e pulita (non nel senso igienico).
L’olio delle zone circostanti la fa da padrone,  un piccantino o aromaticità decisa qua e là e tanta solidità dettata dall’esperienza.
Lo staff di sala si muove con agio, non è invadente ma se coinvolto diventa una compagnia piacevole.
Carta dei vini ben costruita, con una giusta valorizzazione dei prodotti locali.
Si potrebbe chiedere di più? Forse… ma non tutti nella vita vogliono diventare Carlo Cracco.
Abbinamento musicale con una band che avrebbe potuto sfondare me che quando era giunto il momento di raccogliere i frutti ebbero la brillante idea di sciogliersi. Parliamo di quella brillante pop/alt-60s-rock band degli HOUSEMARTINS autori di un delizioso album come “London 0 Hull 4″ (1986). Il titolo prende ispirazione dalla loro provenienza, perchè erano in 4 e perchè si autoproclamavano la quarta grande band di Hull dopo Red Guitars, Everything but the girl e Gargoyles. Il brano che li portò in cima alle classifiche fu la cover di “Caravan of love” degli Isley Brothers (non appare su nessun studio album ma solo su raccolte o in versione singolo). Ben superiore alla media fu la loro capacità di scrivere brani pop lontani dai cliches dell’epoca (tanta era l’attrazione verso i gruppi vocali degli anni cinquanta e sessanta) e di girare video decisamente “nerd & cool” come quello di “Happy hour” con i pupazzetti ancheggianti o “Build” dove vengono murati vivi. Per l’angolo dei trivia: Norman Cook (Fatboy Slim) fu il loro bassista più famoso pur non essendo un membro originario.

PS: update su LA GREPPIA (Parma):  www.rockersgotorestaurant.com/?p=46

San Rocco (ristorante)

Archiviato in: Ristoranti, Recensioni — admin at 2:45 pm on Sabato, Giugno 19, 2010

Via Gippini, 11
28016 Orta San Giulio (NO)

Tel: 0322.911977
www.hotelsanrocco.it

Cucina: 38 / 50
Cantina: 7.5 / 10
Contesto: 4.5 / 5
Sala: 4.5 / 5
Gestione: 3 / 5
Servizio: 3 / 5
Mise En Place: 2 / 3
Pane: 2 / 3
Coccole: 1 / 3
Dolci: 6.5 / 10
Caffetteria: 1 / 3
Presentazione piatti: 2.5 / 3

Bonus: 2
Extra: 1

TOTALE : 78.5 / 110

Costo: €€

Rapporto qualità / prezzo: B

Ultima visita: primavera 2010
Per i più Orta San Giulio viene abbinato alla grande Villa Crespi ma, da qualche anno a questa parte, una nuova realtà sta sgomitando per emergere: l’albergo-ristorante San Rocco.
Questo albergo, di cui vi avevamo parlato alcuni anni or sono, nasce dalla fusione di una storica villa barocca con un ex-monastero del Seicento.
Il ristorante ha sede nella propagine che si affaccia sul lago e la vista di cui si può godere è veramente un asso nella manica. Ancora più importante è il jolly pescato dal mazzo degli chef in cerca di una fissa dimora e qui parliamo del bravo Paolo Viviani. p1020976.jpg

Gli ambienti, la mise en place e i pani sono di medio-buon livello, il servizio è un po’ troppo “alberghiero” e la carta dei vini andrebbe meglio redatta.

Decidiamo di berci uno Chassagne Montrachet Domaine Michel Niellon (la carta non riportava l’annata e quello che ci hanno recapitato era un 2004, non il massimo in materia di Borgogna, anche il tappo non era in grandi condizioni di conservazione e purtroppo non era neppure la premiere cru di Clos St. Jean)

Sono cose che evidenziamo non tanto per trovare l’ago nel pagliaio ma per spronare questo locale a migliorarsi nelle piccole accortezze in quanto si respira nell’aria la voglia di potenziarsi e scalare i ranking delle varie guide.
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Il benvenuto (vedi sotto) chiediamo di accompagnarlo con delle bollicine, ci propongono del Prosecco, chiediamo del Franciacorta e ci portano un Trento Doc (vabbè…).
Patè di foie gras
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Incominciamo il nostro percorso alla carta (da segnalare diversi  menu: di carne, di pesce e gli apprezzabili vegetariano o senza glutine):
Toma del Mottarone dorata al Mais giallo, confettura di cipolle rosse
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Risotto olimpico (è un risotto vero e proprio, non un riso, mantecato allo zafferano ed accompagnato da un riso al salto servito col midollo e una crema di parmigiano, aceto balsamico e tartufo. Olimpico perchè con questa preparazione lo chef ha vinto le Olimpiadi del Riso organizzate a Valencia dall’Academie Internationale de la Gastronomie)
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Totanetti e mazzancolle su mozzarella di bufala liquida, al nero di seppia
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Sorbetto al frutto della passione in coppa Martini
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Sotto il carrello dei formaggi e quello dei dessert: p1020993.jpg

Un pasto che fila via lineare, con qualche colpo di genio che mette in mostra le doti di questo chef dal brillante avvenire.
Non tutti i piatti possono essere da premio ma siamo sicuri che con un po’ di pazienza e precisione in più possa nascere un sano antagonismo con Villa Crespi come quello che esiste a Senigallia tra Uliassi e Cedroni.
Le cose da migliorare dal servizio alla carta dei vini le abbiamo già anticipate e non ci va di rimarcarle perchè parliamo usando come metro di giudizio quello usato per ristoranti già stellati.
Abbinamento (benaugurale) con i They Might Be Giants del primo album (omonimo, 1986) nel quale la band diede vita ad un sarcastico alternative-bubblegum-rock devoto al genio di Frank Zappa.

La recensione dell’albergo è qui: www.rockersgotorestaurant.com/?p=307

Villa Crespi (ristorante)

Archiviato in: Ristoranti, Recensioni — admin at 2:41 pm on Sabato, Giugno 19, 2010

Via G.Fava, 18
28016 Orta San Giulio (NO)

www.hotelvillacrespi.it
Tel: 0322.911902

Cucina: 47 / 50
Cantina: 8.5 / 10
Contesto: 4.5 / 5
Sala: 5 / 5
Gestione: 4 / 5
Servizio: 4.5 / 5
Mise En Place: 3 / 3
Pane: 2,5 / 3
Coccole: 3 / 3
Dolci: 8.5 / 10
Caffetteria: 3 / 3
Presentazione piatti: 2.5 / 3

Bonus: 3.5
Extra: 1,5

TOTALE : 101 / 110
Costo: €€€

Rapporto qualità / prezzo: A\B

Ultima visita: primavera 2010
C’eravamo lasciati con Villa Crespi un capodanno di qualche anno fa, del quale troverete una esaustiva recensione più sotto.
Lo chef Cannavacciuolo nel frattempo ha conquistato una meritata Seconda Stella Michelin e svariate pagine di riviste di settore e non.
Il sommelier Alessandro Giardiello è emigrato in altri lidi. Come lui ha fatto Graziano Cacioppoli (pasticciere) ora a Capo La Gala- Vico Equense.
Di uguale al passato resta la splendida location in stile moresco ed il paese, quell’Orta San Giulio che con il suo affacciarsi sul lago diventa un’immagine da cartolina di un Italia che non c’è più.
Durante la prima visita ci eravamo innamorati di questo borgo, a tre anni di distanza ne apprezziamo ancora la bellezza ma abbiamo avuto modo di valutare come questi piccoli villaggi siano diventati un’attrattiva per turisti di passaggio o tedeschi in età da pensione.
Molte zone di Orta San Giulio sono ancora abbandonate o da restaurare come lo erano nel 2007.
L’unica cosa che procede rapida e sicura verso il successo è il ristorante Villa Crespi.
La mise en place è sempre elegante, le tende si aprono (non come durante la nostra visita precedente) sul verde giardino e ci invitano a lasciare il timone nelle mani della brigata Cannavacciuolo.
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La carta si articola in 3 menu degustazione:
Carpe Diem (85 euro + 45 euro per i vini in abbinamento)
Itinerario dal Sud al Nord Italia (110 euro + 55 euro per i vini)
10 assaggi di Cannavacciuolo (un “a mano libera” dello chef)
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Tanto per gradire arrivano al tavolo una miriade di amuse-bouche bagnate da un aperitivo a base di Champagne AOC Laurent-Perrier Grand Siecle la Lumiere du Millenaire (1990)
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Selezionato il menu “Giro d’Italia” ci facciamo travolgere dalle tante voglie che una carta dei vini interessante come quella di Villa Crespi può offrire.
Essendo degli estimatori di Paul Bara decidiamo di provare un menu a tutte bollicine con:
Champagne AOC Comtesse Marie de France 1999 (da uve pinot noir 100%)
per il dessert: Recioto della Valpolicella La Roggia Az.Speri

Parte il rendez-vous dei pani: Zeppola con alghe marine e Taralli (su tutti) ma anche i grissini al sesamo e le focaccine con sale di Maldon non erano affatto male!
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Non è ancora il momento di partire con il nostro itinerario ma iniziamo a scaldare gomme e motori con:
Ostrica su crema di yogurt e cetrioli
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Ancora un po’ di pane e si può dare il via al pellegrinaggio…
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Il “Buon viaggio” di Cannavacciuolo: Sarde con pomodoro
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Spiedino di capesante e scampi, cipollotti al limone, infuso di mela verde e sedano rapa
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Linguine di Gragnano con calamaretti spillo, salsa al pane di Fobello
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Ricciola, crema di baccalà, burrata e asparagi di mare
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Piccione in “Casoeula”, scaloppa di fegato grasso, polpettine di grano saraceno
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Selezione di formaggi
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…in doppio carrello
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Con mostarde
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…e pane
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“in senso anti-orario”
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Pre dessert:
Cioccolato bianco, crema di fragole e composta di basilico
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Dessert Villa Crespi (sarà una nostra idea ma non potrebbe essere una “allegoria” della villa stessa? Il giardino o il lago, la villa con le sue mura giallo-oro, il minareto rappresentato con le foglie, il caffè che fa tanto “arabeggiante”):
Espressionismo con batida di cocco, granita e gelatina al caffè con foglia d’oro
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La Piccola (Grande) pasticceria
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Le famosissime sfogliatelle e gli ottimi babà
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Per il caffè siamo invitati ad accomodarci nella sala bar dove ci facciamo servire:
Tisana alla verbena
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Non ci sono più dubbi, Antonino ha il phisyque du role per la Terza Stella e forse questa fissazione può diventare un’arma a doppio taglio.
I progressi in cucina sono evidenti ma in sala si nota un certo nervosismo dettato dalla maniacale ricerca della perfezione.
Non fraintendeteci, il servizio è efficiente ma si vede che non lavorano con la serenità che traspare nei camerieri di ristoranti già consacrati come Pinchiorri, Louis XV e affini.
Trovare una vera pecca in Villa Crespi è impossibile… ah, forse: la canzone di sottofondo. E’ stata la stessa durante tutta la cena, altro che heavy rotation, qui qualcuno non sa la differenza tra repeat 1 e repeat all! Pietà! Bastaaaaaaaaaa! Ihihih…
La qualità della cucina firmata da Antonino e Fabrizio Tesse (sous chef) sta nel saper esaltare il palato, toccandoti il cuore con note partenopee (desuete in queste lande) ed inebriando il cervello con guizzi da campione.
Dagli stuzzichini ai dessert non vi è un calo di tensione.
Un locale consigliatissimo a tutti, soprattutto a questi prezzi, perchè qui si sta creando mattoncino dopo mattoncino quello che potrebbe diventare il miglior ristorante italiano (e non solo) del prossimo decennio.
La moglie dello chef, Cinzia Primatesta, saprà darvi un degno benvenuto.
Have fun!
da hotelvillacrespi.it

La nostra vecchia recensione di un capodanno a Villa Crespi:
Cucina: 42, Cantina: 9, Contesto: 5, Sala: 5, Gestione: 4, Servizio: 5, Mise En Place: 3, Pane: 2.5, Coccole: 2, Dolci: 9, Caffetteria: 2, Presentazione piatti: 3, Bonus: 2, Extra: 1.5; TOTALE : 95 / 110; Costo: !€!; Rapporto qualità / prezzo: C

Ultima visita: Inverno 2007
Facciamo una doverosa premessa, giudicare un ristorante dalla cena del 31 Dicembre forse non è la cosa più giusta ma dato che non abbiamo la pretesa di essere dei “maitre a penser” capaci di sancire il successo o l’insuccesso di un locale ecco la nostra recensione.
Sembra di essere i protagonisti di una storia tratta da “Le mille e una notte”, un cenone di capodanno in una fastosa villa di fine ottocento in stile moresco con vista sul Lago d’Orta e alle porte di uno dei paesi più belli e caratteristici del nord Italia, Orta San Giulio.

Il menù con accompagnamento di vino era così composto:

Espressionismo di seppia
Ostriche, caviale e champagne
(Franciacorta Bellavista cuvée Pas Operè 2001)

Crudo di gamberi, crema ai tuorli d’uovo di Paolo Parisi e tartufo bianco
(Illivio 2005 Tocai Azienda Agricola Livio Felluga)

Pinoli, fegato grasso, frutta caramellata e fave di cacao (per Fancy)
Crema di burrata, scarola alla partenopea, alici marinate e cialda di mais (per Kid, allergico ai pinoli)
Gnochetti di baccalà, alghe marine e vongole veraci
(Gewurztraminer 2006 St Valentin Cantina San Michel Appiano)

Branzino, ragout di spugnole, composta di scalogni e arance
Musetto di maialino di cinta senese, lenticchie e cialda di mais
(Chateau de Pez 2004 St. Estephe)

Dessert villa Crespi (ovvero una cialda di cioccolato con zabaione e gelato all’arancia)
Babà, sfogliatelle e piccola pasticceria
(Passito di Pantelleria Martingana 1997 Salvatore Murana)

Botto di mezzanotte con (la nostra unica scelta) una mezza di Ruinart Blanc de blancs

Che dire? Siamo di fronte ad uno dei ristoranti più celebrati, giustamente, d’Italia in cui sia la cucina che il servizio funzionano a dovere.
Variegato e appetitoso il cestino del pane, piatti curati sotto tutti i punti di vista e sommelier (Monsieur Alessandro Giardiello) competente ma altezzoso, quasi arrogante, forte del suo sapere e dei premi ricevuti. Cantina strepitosa con qualche birretta niente male.
Non abbiamo avuto modo di affrontare il succulento carrello dei formaggi ma ci siamo rifatti con dei pre-dessert e dolci da “Champions’ league”.
Ambiente e cucina ambiziosa ma vengono mantenute le premesse.
Un unico appunto lo possiamo fare per gli spifferi d’aria fredda che nella zona in cui eravamo noi, quella con le finestre che danno su giardino e lago (tra l’altro chiuse da cupi tendaggi), erano piuttosto fastidiosi (ah, poi una sedia ha i braccioli e l’altra no).
Parentesi a parte per il momento della mezzanotte non gestito molto bene in sala, quando mancano ancora cinque minuti da una tavolata di tedeschi parte il countdown “trei zwei ein” ed incomiciano a stapparsi le bottiglie, un cameriere annuncia che mancano 3 minuti, noi non abbiamo ancora la nostra bottiglia… Insomma un po’ di marasma… Stappata la nostra bottiglia decidiamo di abbandonare la nave e andare a vedere i fuochi sul lago.
Al momento di pagare dato che uso sempre i contanti c’è sempre lo spiacevole inconveniente del “braccino corto” ovvero quando paghi xx2,00 € e non ti scontano neanche i 2 euro, allora lasciamo cercare alla ragazza il resto e quando ce lo porta lo rifiutiamo e lo lasciamo di mancia; non pretendiamo che ci facciano lo sconto ma quando si pagano certe cifre dovrebbe essere logico arrotondare un attimo.
Una volta usciti in strada troviamo un’altra dimensione ovvero il compìto sommelier alle prese con il lancio di petardi contro gli altri ragazzi dello staff, sopravviviamo al mini-bombardamento e ci dirigiamo verso il centro del paese.
Ah, dimenticavamo, ci è dispiaciuto non incrociare lo chef Antonino Cannavacciuolo per scambiare due parole ma avremo modo di rifarci dato che è un posto (sia ristorante che paese) in cui torneremmo volentieri, nonostante la batosta economica.
Se il talentuoso chef fosse un artista musicale sarebbe senza dubbio l’eccessivo ed “insano” genio di CAPTAIN BEEFHEART in “TROUT MASK REPLICA” (1969)!

La recensione dell’albergo è qui: www.rockersgotorestaurant.com/?p=103
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L’Ultimo Mulino

Archiviato in: Ristoranti, Recensioni — admin at 11:41 am on Venerdì, Giugno 4, 2010

Via Molino, 45
33080 Fiume Veneto (PN)

Tel: 0434.957911
www.lultimomulino.com

Cucina: 33 / 50
Cantina: 6.5 / 10
Contesto: 5 / 5
Sala: 4 / 5
Gestione: 3 / 5
Servizio: 3.5 / 5
Mise En Place: 2 / 3
Pane: 2 / 3
Coccole: 1 / 3
Dolci: 6 / 10
Caffetteria: 1 / 3
Presentazione piatti: 2 / 3

Bonus: 2
Extra: 1.5

TOTALE : 72.5 / 110

Costo: €€

Rapporto qualità / prezzo: B

Ultima visita: primavera 2010
Scavalliamo quota 125 con un ristorante un po’ fuori dalle tradizionali rotte gourmet.
L’unica guida a segnalarlo è la Michelin ed è un vero peccato perchè l’Ultimo Mulino (hotel e ristorante) è una piccola oasi verde che meriterebbe più considerazione.
Lo sponsor del pranzo sarà Fancy che deve festeggiare il superamento di un esame universitario.
L’università italiana…
Ma vi rendete conto che un’ora di lezione privata costa sui 45 euro? Che lo studente si sente un pollo da spennare quando vede l’arricchimento, spesso esentasse, di chi gli insegna (vedi l’apparizione nel salotto di casa di TV al plasma, dolby surround & co.)? Inoltre cosa dovrebbe provare uno quando sente dire in giro che prendendo ripetizioni da certi professori si abbia garantito almeno un 18 all’esame di un altro (insomma paghi la tua marchetta, gli insegnanti si conoscono e tu passi)?
Per non parlare di chi copia agli esami. Nella vita reale poi cosa farà? Copierà anche lì? Da cosa o da chi?
Non pensiamoci troppo e godiamoci un po’ di natura rigogliosa.
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Siamo nella campagna attorno a Pordenone, lo spazio per parcheggiare non manca quindi ci basta attraversare un romantico ponticello su un ruscelletto per raggiungere il ristorante.
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La titolare dell’Ultimo Mulino ci attende alla reception poi ci passa come un testimone nelle mani del maitre-sommelier che si occupa del ristorante.
La sala è veramente molto bella e caratteristica con le travi e i mattoni a vista.
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Giusto il tempo di ordinare l’acqua ed è già al tavolo una
Paletta con panini e crackers
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Completiamo la comanda, diamo un’occhiata alla piccola carta dei vini e ci scaldano i motori del pancino con un piattino di
Granchio e polipo con zucchine
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Di seguito le pietanze scelte alla carta in assenza di Menu Degustazione…

per FANCY:

Capesante in padella su ventaglio di verdure al forno
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Reginette di grano con polipetti, fave e pecorino
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Pescato del giorno con asparagi e uovo all’occhio di bue
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per KID:

Mazzancolle fritte in semola su piccola parmigiana di melanzane con mozzarella di Bufala
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Tagliolini neri fatti in casa con capesante, asparagi e bottarga di muggine
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Coda di rospo avvolta nello speck di Sauris con piselli, carote e salsa alle mandorle
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Le portate sono abbondanti così ci ritroviamo con i serbatoi pienissimi ben presto e per arrivare in fondo ci tocca lasciare a metà sia i primi piatti che i secondi.
Rimane giusto lo spazio per un dessert (in due):
Coppa Martini al limone con gelatina al Campari
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Come supporto al pasto abbiamo bevuto un localissimo
Collio DOC Chardonnay Ronco Bernizza Veneca & Veneca 2008
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Potenzialmente è un grande Relais & Chateaux, in realtà è un semplice ma accogliente albergo per gente in cerca di tranquillità e riposo.
Anche il ristorante che, per aspetto e collocazione nel verde, potrebbe ricordare l’ottimo Dal Pescatore di Runate (col plusvalore mulino e ruscelli) si limita ad compito di gregariato della cucina.
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Le preparazioni della cucina sono tra il discreto e il buono, la cura dell’aspetto visivo indica comunque che ai fornelli ci sia una persona competente ma manca il guizzo del genio.
Tutta la struttura dell’Ultimo Mulino ricorda uno studente con grandi capacità che non si applica.
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Ci troviamo comunque in fascia medio-alta come struttura ricettiva ma guardandoci intorno vediamo tante cose migliorabili.
Probabilmente le scelte sono dettate dall’esperienza, il nostro punto di vista è che non essendo in una zona dal grandissimo appeal turistico i gestori abbiano deciso di accontentarsi, puntando più sull’organizzazione di cerimonie ed eventi (vedi i vari gazebo allestiti nel giardino) che sulla creazione di un convivio di lusso.
Sotto una tripla panoramica (magie della fotocamera digitale):
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Cosa c’è da migliorare? Iniziamo dal piattino del pane assente, proseguiamo con la carta dei vini un po’ stitica e chiudiamo col fatto che non propongano un aperitivo di benvenuto a base di bollicine.
Se vogliamo aggiungere altro possiamo dire che le porzioni dei primi piatti erano un po’ esagerate, che è più bella la vista (quella sul ruscello) nella stanza da pranzo non apparecchiata e che con il caffè servano “solo” un po’ di sbrisolona. Ma parliamo di peccati veniali.
Frankie… ops… Elvis says Relax!
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A questa dimora da ritiro monacale abbiniamo il corrosivo garage sound dei MONKS di “Black Monk Time” (1965). La band precedentemente nota come The Torquays o Five Torquays era formata da alcuni militari americana di istanza in Germania. Furono tra i primi a proporre un look aggressivo e fuori dal comune, infatti essendo “Monaci” decisero di raparsi la testa a mo’ di frate, altro che le creste dei punk di fine anni 70!!!

Enoteca Pinchiorri

Archiviato in: Ristoranti, Recensioni — admin at 4:31 pm on Mercoledì, Maggio 26, 2010

Via Ghibellina, 8
750122 Firenze

Tel: 055.242757
www.enotecapinchiorri.com

Cucina: 46 / 50
Cantina: 10 / 10
Contesto: 4 / 5
Sala: 4.5 / 5
Gestione: 5 / 5
Servizio: 5 / 5
Mise En Place: 2.5 / 3
Pane: 2.5 / 3
Coccole: 3 / 3
Dolci: 7.5 / 10
Caffetteria: 3 / 3
Presentazione piatti: 3 / 3

Bonus: 4.5
Extra: 1

TOTALE : 101.5 / 110

Costo: !€!
Rapporto qualità / prezzo: B\C

Ultima visita: Primavera 2010
Eccoci arrivati al ristorante numero 125, la chiusura di un cerchio e l’apertura di un altro.
L’unico tre stelle italiano in cui non eravamo ancora stati è pronto ad accoglierci e non vediamo l’ora.
Siamo giunti alla fine di un percorso che ci ha portato in giro tra alcuni dei migliori ristoranti del Nord-Centro Italia (e del mondo).
Uscendo da qui ripartiremo alla caccia di nuove esperienze non solo in ristoranti affermati ma anche nei tanti locali emergenti che si stanno affacciando nel mondo dell’alta ristorazione.
Alla fine lo scopo di un critico gastronomico dovrebbe essere anche quello di scoprire i talenti prima che diventino famosi e non solo indicare difetti e lati negativi di tavole già affermate.
Non vogliamo in realtà definirci critici gastronomici ma in qualche modo è quello che cerchiamo di fare, al momento però siamo solo dei blogger o foodies (come li chiamano alcuni), riteniamo che prima di poter affermare di fare un certo mestiere questo debba dare un reddito (non tanto velata frecciatina per i tanti auto-proclamatisi registi, fotografi, DJ, musicisti, ecc.).
All’inizio dell’anno abbiamo mandato una sorta di curriculum in formato anonimo (a nome Kid e Fancy) ad alcune delle più importanti guide e riviste gastronomiche italiane con la speranza di un’eventuale collaborazione ma ben poco si è smosso.
Il nostro bagaglio di esperienza universitario, AIS, Academia Barilla, Alma (Colorno), ecc. probabilmente non è sufficiente neanche per un colloquio.
Ringraziamo comunque chi si è degnato di risponderci: Paola Gho (Slowfood), Teresa Cremona (Touring), Giovanni Longo (Un mondo di specialità, Fuoricasello,…), Gian Arturo Rota (Veronelli Editore) e la Pasticceria Internazionale.
A queste risposte è seguito uno scambio di battute ma oltre non si è andati e alla fine non si è concretizzato nulla.
Il nostro intento non era quello di diventare ispettori per le guide a tempo pieno, abbiamo un lavoro che ci soddisfa (anche economicamente) e non lo vorremmo lasciare ma ci sarebbe piaciuto provare a confrontarci con professionisti dotati di maggiore competenza rispetto alla nostra e, perchè no, scoprire qualche altarino che, da semplici clienti, non avremmo mai potuto conoscere.
Logicamente avremmo voluto portare avanti anche questo blog anzi sarebbe rimasta la nostra priorità.
Il nostro sogno non è fare salotto con i grandi chef, non ci interessa, siamo persone schive, desideriamo starcene per i fatti nostri, vivere senza obblighi di frequentazione e amiamo la riservatezza ma ci sarebbe piaciuto scoprire un po’ di dietro le quinte e conoscere gli aspetti più reconditi del mondo della cucina.
La cosa più strana è che, dopo aver spedito quelle missive alle guide, le prime e-mail che abbiamo ricevuto erano di alcuni chef (vedi recensioni Trussardi Alla Scala e Il Vigneto).
Sarà un caso? Ci sarà un legame segreto tra una certa editoria ed alcuni ristoratori? Anche su alcuni popolari blog sono apparsi riferimenti strani a persone che avremmo potuto essere noi.
Alla fine per chef e blogger il discorso è sempre lo stesso, sei bravo e competente solo se la pensi come loro o se parli bene del loro operato e noi, pur apprezzando gli sforzi di tutti, non abbiamo mai lesinato critiche o fatto niente per entrare nelle grazie di alcuno.
Essendo persone schiette, se abbiamo problemi con una tal persona o non ci piace una tal cosa, cerchiamo di farlo capire chiaramente, preferendo fare i nomi onde evitare equivoci, come nel caso del libro Rockitchen.
In una nostra recensione avevamo fatto una allusione su un furto di idea da parte degli scrittori del testo in questione, l’abbinamento di un album rock ad una preparazione culinaria.
Uno degli autori, Andrea Tantucci, ci ha scritto per precisare che non hanno rubato niente, che il nostro sito manco lo conosceva ed inoltre ha colto l’occasione per invitarci nel suo Agriturismo Maiale Volante a Cingoli (MC).
Anche a nostra detta, l’idea di accoppiare disco-pietanza o disco-ristorante è piuttosto banale quindi non pensavamo sul serio che qualcuno potesse avercela rubata, la nostra era solo una via di mezzo tra una battuta ed un interrogativo.
Tornando al succo del discorso, la collaborazione con le guide sembra un discorso chiuso in partenza, sarà un po’ per le nostre scarse capacità, un po’ per la nostra voglia di rimanere anonimi ed invisibili, un po’ che per entrare in certi ambienti devi conoscere qualcuno, un po’ perchè non abbiamo risparmiato critiche su alcune valutazioni fatte dalle guide stesse ma sarà ben difficile che possiate leggere Kid & Fancy tra i collaboratori di Michelin, Espresso e Gambero Rosso.
Ci sarebbe piaciuto per i motivi elencati sopra ma non è una fissazione.
Siccome stiamo giocando a carte scoperte vi possiamo già dire cosa dovrete aspettarvi in futuro da questo blog ma procediamo un passo alla volta.
Facendo una similitudine con il mondo delle telecronache diciamo che da un lato abbiamo i soporiferi telecronisti della vecchia scuola stile Rai che potremmo paragonare alle guide cartacee e dall’altra la new wave delle telecronache firmate Mediaset o Sky con esagitati urlatori che si potrebbe equiparare a certi blog.
Le guide cartacee, se si escludono le 3 principali di cui abbiamo parlato prima, stanno pian piano scomparendo soppiantate addirittura dalle App per Iphone (Relais & Chateaux, Les grandes tables du monde,…).
Anche noi, amanti del classico dal vinile al testo in formato cartaceo non ne abbiamo mai presa più di una per anno.
Nella nostra miserrima collezione figurano la Michelin del 2007, il Gambero del 2008, l’Espresso del 2009, il Touring del 2010 e qualche altra cosina tipo Osterie d’Italia, Locali Storici d’Italia, Duemilavini, Zagat e i Ristoranti di Bibenda.
I siti on line che leggiamo, a tempo perso, e riteniamo degni di interesse sono Passione Gourmet, Viaggiatore Gourmet e il Mangione.
Partendo dall’ultimo, ilmangione.it, è un sito in cui le recensioni dovrebbero essere fatte dai clienti (competenti e non) ma, essendo aperto a tutti e anonimo, trovi spesso commenti-marchetta dei ristoratori stessi. Resta comunque un riferimento utile perchè in grado di coprire quasi tutto il territorio italiano.
Viaggiatore Gourmet, o Altissimo Ceto se preferite, è quello in cui andiamo per vedere le foto dei piatti, in genere le più belle che si possono trovare on line se si eccettua quel vizietto di farne un po’ troppe in obliquo. Il difetto più grosso è che vengono mantenute sul sito recensioni del primo periodo di VG, quello più censorio, accompagnandole con gli articoli-reportage dei giorni nostri in cui la critica è scomparsa lasciando spazio alla semplice vetrina su pagamento per ristoranti di alta fascia. Anche il forum una volta ricco di notizie e discussioni ora è un deserto. Saranno tutti su Facebook!? Comunque data la mole di lavoro, tra eventi e ristoranti da promuovere, il risultato rimane qualitativamente interessante.
Passione Gourmet è tra i siti a “grande diffusione” quello che si occupa di più della vera critica gastronomica. E’ gestito da una equipe di diverse persone dotate di buona competenza ma, proprio da questo, deriva il problema più grosso di PG. Le recensioni non sono fatte sempre dalle stesse persone quindi è difficile immedesimarsi per poter seguire (o no) il gusto di un solo critico. Troviamo poi di cattivo gusto la sezione commenti alla recensioni. Alcuni personaggi, approfittando dell’anonimato, lasciano opinioni senza capo ne coda che sfociano spesso nella maleducazione. Forse si aggiunge pepe e qualche lettore, però…
Infatti uno dei motivi per cui abbiamo deciso di non attivare la sezione commenti sul nostro blog è proprio questo, non ci va di litigare o incavolarci per una cosa che dovrebbe essere semplice diletto.
Non possiamo certo paragonare il nostro “lavoro” a quello di questi siti, queste sono corazzate mediatiche con gente che si dedica a tempo pieno alla buona riuscita del prodotto.
Quelli più simili a noi forse sono i ragazzi de lagrandeabbuffata.wordpress.com, solo che girano un po’ pochino. Bravi, onesti intellettualmente e con tanta passione ma spesso, a dispetto dei bei paroloni e citazioni colte, arrivano difficilmente al dunque con una critica competente e pungente (a volte anche il nostro limite causa mancanza di tempo). Doppio pollice su comunque per i loro resoconti su trattorie e pizzerie che meriterebbero più considerazione. Inoltre dopo l’esperienza al Met in cui gli è stato impedito di fare fotografie si sono guadagnati il nostro sempiterno supporto!
In conclusione, diciamo che tra la coppia Marco Civoli-Salvatore Bagni (i signori niente da dire) e Fabio Caressa-Giuseppe Bergomi (il saputello con effetto Magnus più il ciglione senza personalità) a noi piacerebbe essere un sorta Federico Buffa e Flavio Tranquillo.
In pochi sanno chi sono ma se mai vi capiterà di seguire una partita di basket NBA commentata da loro rimarrete estasiati da competenza, passione e da quel modo di esporre le cose chiaro e senza supponenza, anche quando citano libri su un coach di basket di uno sperduto college universitario del Nebraska.
Prima di fraintenderci, non stiamo dicendo che siamo questo ma è quello che ci piacerebbe diventare.
Continueremo quindi sulla strada percorsa fino ad oggi, non risparmiando critiche (se ce ne saranno da fare) e anche se l’ambiente non ci amerà o non ci considererà saremo in pace con la nostra coscienza.
Essere ambigui non paga, alla fine si capisce chi è onesto e chi invece agisce spinto da $econdi fini.
Quando abbiamo iniziato con questo blog, l’idea era di mettere insieme cosa ci piaceva delle varie “testate” che si occupavano di cucina per costruire una cosa nostra, un prodotto libero che non abbia legami con nulla.
Il bello di internet sta proprio nella pluralità di opinioni che offre, non deve essere (e per noi non lo è) una gara a chi è il migliore o a chi ha più lettori. In questo variegato ecosistema ognuno, in base al proprio gusto e conoscenza, decide chi seguire e a chi credere. Copioni ed improvvisati non durano molto neanche sul web.
Si può non condividere ma, tra buone e cattive idee, on line c’è spazio per tutti (invidiosi, incompetenti, cloni, ego-maniaci e semplici appassionati), a volte può dar fastidio ma le regole sono queste.
In un momento di delirio di onnipotenza, in realtà quando abbiamo visto libri e siti che ci rubacchiavano foto ed idee, abbiamo deciso di occupare un po’ di territorio web (anche se alla fine non lo abbiamo mai utilizzato) ma se vi fa piacere cercarci:

Su Facebook dovreste trovarci cercando: rockersgotorestaurant
Su Myspace: www.myspace.com/rockersgotorestaurant
Su Twitter: http://twitter.com/kid_and_fancy
Su Youtube: RockerGTRestaurant
Su Gmail-Buzz: kidandfancy@gmail.com

Ora dopo questa doverosa auto-celebrazione lasciamo spazio al carissimo Pinchiorri.
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Descrivere quel misto di emozione e tensione provato nelle ore che ci avvicinavano alla prima cena all’Enoteca Pinchiorri non è certo facile, ancor più difficile è far capire ciò di cui stiamo parlando a chi non è appassionato di cucina e vino.
Il ristorante di Giorgio Pinchiorri e Annie Feolde è il Monte Olimpo della eno-gastronomia, un grandissimo ristorante con una delle più ricche cantine al mondo.
Siamo nelle immediate vicinanze del centro storico di Firenze, all’interno di un palazzo del ‘700 dove, ai piani superiori, ha sede anche un prestigioso hotel (Relais Santa Croce by Baglioni Hotels), in cui potreste fermarvi a riposare dopo il luculliano pasto.
Arriviamo in taxi e gli addetti al ricevimento ospiti ci aprono la portiera e ci guidano con mille e più salamelecchi all’interno del ristorante.
Siccome un po’ di sole ha gradevolmente riscaldato la giornata veniamo fatti accomodare nei tavoli all’aperto allestiti nel cortile interno al palazzo.
Arriva subito l’aperitivo e ci fa già intendere quale sarà il tenore della cena:
Champagne Taittinger collection Brut Imai Jahrgang 1988
Scegliamo l’acqua (Panna) dalla carta apposita.
Si cena a lume di candela in un tavolo apparecchiato classicamente.
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Arrivano tre piccoli stuzzichini (polentina, olive e mozzarelline fritte)
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Iniziamo a dare un occhio al menu e i prezzi mettono un po’ paura, mantenere quella super cantina costa e la nota che indica “ordine minimo due portate” rende la cosa ancora più palese.
Mettetevi in testa che per una cena come si deve in questo ristorante potrebbe non bastare vendere qualche organo al mercato nero.
Esistono due percorsi degustazione, uno intitolato “Al ritorno dal mercato” e l’altro “Degustazione dalla carta”. Il secondo prevede una versione light ed una più heavy (”Vi proponiamo di arricchire questo menu con una serie di piatti che renderanno unica la Vostra degustazione”).
Optiamo per due menu differenti, quello del “giorno” per Fancy e quello “completo” per Kid.
Siccome il menu di Fancy prevede una portata in meno il cameriere ci dice che la cucina pareggerà il conto e che la signora non rimarrà a bocca asciutta.
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Finalmente arriva la carta dei vini. Inutile dire che è tra il commovente e il mostruoso. Toscana, Piemonte, Bordeaux, Borgogna, Spagna,… in un susseguirsi di verticali galattiche. Poi che dire degli abbinamenti al calice? Ce n’è per tutti i gusti, una decina di pagine di percorsi al bicchiere tra Toscana, Francia e Bollicine.
Se piace un bicchiere si può proseguire con quella bottiglia o si può cambiare accordandosi col sommelier su quanti calici e quante tipologie volete assaggiare. Ed il rabbocco è gratuito.
I prezzi sono indicati ma non è facilissimo muoversi tra gli intricati alberi genealogici che compongono gli abbinamenti al calice.
Il sommelier, anzi i sommelier (ce ne saranno almeno una dozzina), sono pronti a dare spiegazioni e a consigliare, stappano senza problemi e fanno assaggiare ben di più di quello che chiedi (senza fartelo ritrovare nel conto).
Optiamo per una degustazione di 4 vini (325 euro) che comprende:
2004 Domaine Jean-Louis Chave Hermitage Blanc (Rodano)
2000 Coche Dury Puligny Montrachet Enseigneres Chard Les Chass Cote Beaune (Borgogna)
2001 Grands Echezeaux Grand Cru, Domaine Gros frères et soeurs (davvero non sapete dove è il villaggio di Vosne-Romanee?)
Tenuta del terriccio IGT Lupicaia (Super Tuscan a base di Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot)
Vin San Giusto 2000 Bianco Dolce IGT (una sorta di Vin Santo toscano)
…questo sotto non è un vino che faceva parte del nostro percorso ma la bottiglia che il signor Giorgio ci ha omaggiato a fine cena:
Clos Vougeot 2006 Musigni Grand Cru, Domaine Gros frères et soeurs

Passano col vassoio del pane dal quale scegliamo quello con cavolo, con oliva nera e una baguette
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Più tardi arrivano anche una focaccina ma non i grissini, che vediamo ma non servono a nessuno, boh… Comunque un buon assortimento di pane anche se non eccelso qualitativamente.
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Per KID (col + sono segnalati i piatti aggiunti al menu nella versione 1.0):

Prima di iniziare col menu un assaggino a base di baccalà e polenta
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Ricciola cotta e cruda agli agrumi, con purea di avocado e composta di pomodoro
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Rombo fritto farcito con cipolle stufate, sedano croccante, salsa all’uovo e caviale
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nel dettaglio…
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(+) Astice rosolato alle arachidi con finocchio, lime e latte di noce di cocco
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(+) Fusilli al ferretto con asparagi saltati alla maggiorana e gamberi, bottarga di muggine e liquirizia
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zoom zoom zoom zoom zoom…
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Agnolotti farciti di stracotto di coda di bue, spinaci appena scottati e salsa al Parmigiano Reggiano
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particolare:
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Carrè d’agnello all’aglio e erbette, con topinambur e carciofi alla menta
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più da vicino:
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(+) Maialino di razza “Mora Romagnola” con patate dolci e pancetta, crema fritta e salsa al rafano
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avviciniamoci ancora un po’…
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Formaggi italiani dal carrello:
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Con i formaggi si possono abbinare delle composte, vada per Mele e Fave di cacao
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Meringhe al caffè e yogurt con crema di cioccolato bianco, mascarpone e lemon grass
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per FANCY:

Attendendo il menu un assaggino di triglia p1020520.jpg

Insalata di Granchio reale all’erba cipollina con carote di crostacei e caviale
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Noci di capesante alla plancia con crema di piselli, burrata e mortadella
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vediamo cosa può fare photoshop…
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(+) Coda di scampo e carciofo
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Ravioli farciti di ricotta al basilico con calamaretti, salsa al nero di seppia e gocce di zafferano
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zoommando zoommando:
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Cavatelli con carciofi alla maggiorana, salsiccia di agnello e yogurt
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Scaloppa di fegato grasso con scorzanera e sorbetto all’arancio
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Quaglia farcita con funghi, lenticchie di Castelluccio stufate e ovetto di quaglia
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Formaggi italiani dal carrello (per i Pinchiorri SOLO formaggi italiani)
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Cocco, fragole e karkade
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Per i dessert chiediamo di essere trasferiti all’interno siccome il clima si era fatto un po’ freddino, aspettiamo qualche minuto che preparino il tavolo ed eccoci all’interno di questo nobile palazzo fiorentino.
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Granita di frutta fresca con spuma di frutta
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Qualche fragola e un succo rinfrescante
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Anche la Carta di Caffè, Tisane e The è super… vada per la
Tisana alla verbena e menta
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Le ormai classiche Pralines dell’arrivederci
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Esperienza che entra di diritto nella lista degli indimenticabili ma anche in quella dei “torneremo quando saremo miliardari (non lire ma in euro)”.
Giorgio Pinchiorri è in prima fila a gestire sala e l’andirivieni dalla cantina mentre Annie Feolde ama di più intrattenersi al tavolo con i clienti.
La cucina di Italo Bassi e Riccardo Monco ha i piedi ben piantati per terra, c’è spazio per la fantasia ma è una creatività ordinata.
Ogni pietanza è misurata nei toni delle sensazioni, i sapori delle materie prime sono riconoscibili (ottimo il pescato) e il crescendo del gusto portata dopo portata è un invito a continuare all’infinito.
Cotture perfette, nessuna preparazione troppo pesante e presentazione dei piatti di sobria eleganza.
La carta dei dessert con sorbetti, frutta e altri dolci dai nomi fantasiosi contrasta un po’ con ambiente e cucina. Abbiamo ad esempio Mr.Brown (un biscotto con gelato e meringa), Theobroma (un arco di, ovviamente, cioccolato) oppure Questo dolce non quadra (mousse di lime, gelato alla nocciola, sablè al muesli e sfoglie di zucchero).
Il capo pasticciere da qualche anno non è più l’apprezzata Loretta Fanella ma Luca De Santi. Il ragazzo si è trovato addosso una pesante eredità ma ha sicuramente il talento per farcela, infatti le sue preparazioni sono molto interessanti ma, come dicevamo sopra, sembrano più adatte a completare i pasti di ristoranti più “sperimentali”.
Il servizio è un altro degli assi nella manica della squadra Pinchiorri, pur essendo sempre pronti e vigili, i ragazzi che si occupano della sala non danno mai la sensazione di essere sotto pressione come capita in altri tristellati. Questo personale così giovane aggiunge freschezza all’ambiente ed è in grado di interagire brillantemente con la clientela italiana ed estera.
Prima di andarcene la visita in cantina è d’obbligo, appena scese le scale ci si imbatte in una montagna di casse di Chateau Petrus poi si prosegue fino all’antro privato del signor Giorgio. Da brividi. Non abbiamo neanche avuto il coraggio di scattare foto.
Purtroppo ad un certo punto abbiamo dovuto andarcene…
Elvis has left the building!
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La classe, la cultura e quel non so che di snob che trasmette questo ristorante rimanda al sound più glamour che glam dei ROXY MUSIC di Brian Eno, Phil Manzanera e Brian Ferry. Il nostro album preferito è il primo, l’omonimo datato 1972, nel quale coniugano proto-punk, synth-wave e free-jazz come nessuno prima di allora era stato in grado di fare.

Canto

Archiviato in: Ristoranti, Recensioni — admin at 6:00 pm on Sabato, Maggio 15, 2010

c/o Hotel Certosa di Maggiano
Strada di Certosa, 82
53100 Siena

Tel: 0577.288182
www.certosadimaggiano.com

Cucina: 39 / 50
Cantina: 8 / 10
Contesto: 4.5 / 5
Sala: 4.5 / 5
Gestione: 3.5 / 5
Servizio: 4.5 / 5
Mise En Place: 2.5 / 3
Pane: 3 / 3
Coccole: 2 / 3
Dolci: 7 / 10
Caffetteria: 2 / 3
Presentazione piatti: 3 / 3

Bonus: 3.5
Extra: 1.5

TOTALE : 88.5 / 110

Costo: €€€

Rapporto qualità / prezzo: B

Ultima visita: Primavera 2010
Si chiude con questa recensione la nostra esperienza senese.
In che faccende eravamo affacendati prima di questa recensione? Ah si, le cose fastidiose…
Fancy: Cosa non sopporti nel genere femminile?
Kid: Direi niente. Forse l’unica cosa è che ci mettete un sacco a prepararvi e farvi belle?
Fancy: Farvi? Ma con quante donne esci?
Kid: Era un voi generico, che ti credi?
Fancy: Excusatio non petita, accusatio manifesta dicevano i latini!
Kid: Ma smettila. Ah, a proposito, oggi una tipa mi ha fatto incavolare. E’ una cosa insignificante ma è uno di quegli atteggiamenti che mi fanno maledire l’umanità e pregare che si scateni una guerra. Sto caricando le cose in auto, quindi lascio la portiera aperta, passa una “sciura platinata” in bicicletta e mi fa “si chiude la portiera!”. Ti giuro, non ci ho visto più, le ho detto “signora sto caricando i bagagli in macchina, la strada è talmente larga che ci potrebbe passare un tir e lei è una vigilessa rompiballe mancata! Ha perso un’altra occasione per stare zitta e sembrare intelligente!”. Ma scusa, quando ho aperto la portiera quella megera era lì dietro la mia macchina, l’ho vista e l’ho lasciata pure passare e poi ha il coraggio di rompermi le scatole. Odio queste personaggi sempre pronti a rompere le scatole, costantemente in cattedra e alla ricerca della lite. Anche io sono polemico ma solo se mi tirano dentro una discussione o lo faccio con te a mo’ di sfogo!
Quando parlo con persone che non conosco preferisco fare il finto tonto o quello che non sa per non apparire supponente fino a quando non appare il secchione che “me la vuole spiegare”.
Hai presente quei tipi che non sanno una cosa ma appena la scoprono la “cannibalizzano” e si mettono ad insegnarla?
Caso 1.
Conoscente Alfa: “Che figo Paul Collins! Se ti piacciono i Beat dovrebbero piacerti anche i Rubinoos!”
Ma come dovrebbe piacermi? Quando te ne parlavo io il power-pop ti faceva quasi schifo e ora pretendi anche di spiegarmelo e sapere, guardandomi in faccia, che musica ascolto? I Rubinoos mi fanno cagare e l’unico pezzo umano che hanno fatto è “I Wanna be your boyfriend” (quello della causa ad Avril Lavigne, ndRGTR)!
Caso 2.
Sempre Conoscente Alfa: “Ma tu per caso guardi Lost?” (detto con in faccia l’espressione di chi sta per fare la rivelazione che ti cambierà l’esistenza).
Noooo, Lost in Italia lo guardi solo tu perchè sei intelligente solo tu, peccato che l’amico che ti ha spinto a seguirlo aveva ricevuto la dritta da me. Ahhhh… Dannati spocchiosi saputelli nati ieri.
Caso 3.
Si parla del più e del meno ad una cena e Kid dice “…dei Pooh originali all’inizio non c’era nessuno” e il professorino di turno interviene con un sorriso beffardo ed arrogante “Non è vero, Facchinetti c’è dall’inizio”. Siccome non c’è sempre voglia di discutere, si lascia perdere ma speriamo che la persona in questione un giorno possa leggere queste righe. Roby Facchinetti è entrato nei Pooh dopo il primo singolo e quando la band stava già riscuotendo un minimo di successo, fine 1966. La band era già attiva dal 1964, prima come Jaguars (da non confondere con gli omonimi romani) poi come The Clockwork Oranges (anche se su questo ci sono versioni contrastanti, non c’è invece dubbio che il nome provenga dal racconto di Anthony Burgess e non dal film di Kubrick, che ai tempi non era ancora uscito). Adesso Mr.KnowItAll chi è? (indizio per indovinare la band in abbinamento)
Non è questione di chi è più intelligente o più “sul pezzo” ma c’è chi passioni e cultura se le coltiva in casa e chi le usa per apparire.
I professorini, i saccenti e i tuttologi sono odiosi, non vorremmo mai diventare così ma quando si trova gente che pensa di saperla lunga è berlo sbugiardarla .
Le discussioni si possono anche condurre con foga ma serve avere educazione e rispetto senza renderle un duello con vincitori o vinti.
Cogliamo questo spunto di riflessione per agganciarci al ristorante del quale vi parleremo e che chiude la nostra trilogia senese.
Tante autorità del mondo della cucina si sono spese in lodi e critiche alla cucina dello chef Paolo Lopriore ed è giunta l’ora di aggiungere la nostra nota stonata al coro.
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La biografia dello chef recita “Allievo prediletto di Gualtiero Marchesi, Paolo Lopriore ha accumulato esperienze in Italia e all’estero come all’enoteca Pinchiorri a Firenze, da Ledoyen e a la Maison Troisgros con Michel Portos in Francia ed infine al Bagatelle di Oslo con Eyvind Hellstrom.” (Stica’, diremmo noi in punta di fioretto)
La storia recente parla di Performance dell’anno per la Guida dell’Espresso del 2009 e Stella Michelin persa nel 2010.
Giudizi agli antipodi sulla cucina ma tutti concordi nel segnalare la bellezza di questa certosa (Relais & Chateaux) immersa nel verde della prima campagna intorno a Siena.
Anche noi sottoscriviamo, un’oasi di pace e relax, altro che “ora et labora”!
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Gli ambienti sono logicamente classici (la mise pure) mentre di tutt’altra matrice è la cucina.
Lo intuiamo subito leggendo le proposte del Menu Creativo sulla carta. Nel caso non voleste spingervi troppo in là esiste anche un percorso degustativo più tradizionale.
Siamo in vena di sperimentazione e curiosi di vedere fin dove può arrivare Lopriore così scendiamo sul suo “estroso” campo di battaglia.
Mentre consultiamo la lista e facciamo una foto al menu, tanto per ricordarci cosa abbiamo mangiato, appare lo chef. Lopriore però non entra in sala, si limita a guardarci dalla porta quasi nascosto dietro lo stipite. Fancy scatta, lui osserva e Kid gli rivolge un cenno di saluto, il baffuto Paolo ricambia e scompare.
Si cena a lume di candela quindi non aspettatevi troppo dalle fotografie.
Nel frattempo al tavolo ci raggiungono un calice di
Champagne Larmandier Bernier Brut Blanc de Blancs
e un tourbillon di amuse-gueule (stuzzichini con una certa personalità)
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Grissini di produzione propria, belli caldi (oltre che buoni) e in una confezione di plastica trasparente
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Un mangiaebevi di fragola e zenzero, da bere con la cannuccia (occhio al risucchio finale!)
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E si parte col menu…
Insalata di alghe, erbe aromatiche e radici (Un inizio che lascia un po’ interdetti, un’insalatina, da mangiare con le mani, con alghe nipponiche e altri pordotti per erbivori con vari condimenti nascosti sul fondo. Sembrerebbe solo un po’ di verdura ma racchiude in sè tanti sapori forti che creano uno shock palatale dietro l’altro. Se in passato abbiamo gradito aprire lo stomaco con il pinzimonio del Louis XV o le verdure disidratate di Cracco questa volta ci troviamo di fronte ad un passaggio ostico sul piano gustativo e troppo cerebrale per i nostri gusti, anche se ha ampliato il nostro repertorio di vegetali mangiati)
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Ricci di mare con gelatina di the e zenzero (anche in questo caso abbiamo dei ricci di grande sapidità e qualità che non trovano un partner di supporto adeguato nella gelatina)
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Lumache al verde (preparazione di stampo classico rivisitata con esito positivo, un gioco di consistenze e sapore tra lumache, verdura e mele portato all’estremo)
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-siccome la signora non gradisce le lumache le servono…-
Gnocchi di patate con limone e cumino (gnocco piuttosto colloso che racchiude in sè un impasto di patate, limone e cumino spostano in direzioni diverse le sensazioni gustative e spiazzano anche il gourmet più navigato)
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Arriva il pane nelle varianti bianco, segale, strutto e semi di lino, olio e burro
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Per i primi tre piatti ci viene consigliato di non abbinare vino, abbiamo comunque modo di valutare positivamente una ricca carta delle bevande in cui spiccano prodotti toscani di cantine meno note ma capaci di fare grandi cose, anche i ricarichi non sono eccessivi.
Optiamo per un mini-percorso al calice facendoci consigliare dal sommelier:
Vernaccia La Lastra
Syrah Mater Matuta Casale del Giglio Lazio
Fonseca Porto tipo late bottled vintage
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Triglia con agrumi e finocchio (forse il piatto più convincente e razionale, l’agrume si sposa bene con la triglia e il finocchio dà quella nota particolare che rende il tutto ancora più suggestivo, anche qui c’è un difetto ma lo scopriremo solo qualche ora dopo, ogni “burp” sarà accompagnato da un sentore d’anice)
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Asparagi con midollo e tartufo (uno di quei piatti che riesce a convincere solo se si prende la forchettata giusta, se si hanno insieme i 3 ingredienti il gioco di consistenze e sapore regge altrimenti si sente la mancanza di qualcosa)
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Piccione in civet (cottura e materie prime eccellenti, prodotto di una cucina in cui ortodossia ed eclettismo, se ben dosati, possono fare grandi cose)
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Ravioli al moscato con origano e capperi (quando pensavamo di essere ormai in discesa ecco che prima dei dessert arrivano dei ravioli dal contenuto liquido che sconquassano la bocca, ormai non siamo più in grado di discernere tra le varie sensazioni saporifere, amarezza-dolcezza-sapidità-acidità, tutto è nuovo e traumatizzante)
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Sambuca e caffè (una fialettina apre la via ai dessert)
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In accompagnamento una mela (…ed incredibilmente sa solo di mela)
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Cioccolato, zafferano e pompelmo (una pallina di cioccolato con polvere di cacaco amaro, una spugnetta allo zenzero e pompelmo per un dolce delicato nei suoi contrasti quasi da risultare effimero)
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Piccola pasticceria “allo spiedo” con cioccomenta (black or white), praline, cioccobanana, cioccolampone,…
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Tisana alla verbena
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Che dire? Mmmh… ragioniamo intanto sul 39 dato alla cucina, che potrebbe sembrare poco e forse lo è.
Dare un voto è sempre una cosa difficile ma in questo caso lo è stato più delle altre volte, troppe le spigolosità e troppa la voglia di stupire.
Ci siamo affidati ad alcune considerazioni del passato facendo una media ponderata tra il voto dato alla cucina di Oldani (34/50, creativa ma poco equilibrata con “aggravante” materie povere) e a quella di Cracco (44/50, genialità non fine a se stessa).
Alcuni, di fronte a questo metodo di valutazione e ai giudizi espressi, diranno che non capiamo niente di cucina, può darsi ma ci siamo limitati ad esaminare un pranzo in base al nostro gusto senza farci influenzare da guide o santoni della gastronomia.
Dopo un primo boccone di alcuni piatti ci veniva il dubbio se qualcuno li avesse mai assaggiati prima o se ci fosse una donna incinta dietro i fornelli, in un secondo momento iniziavamo a capire le idee dello chef e solo sul finale pensavamo di aver trovato la chiave di volta della cucina. Pensiero illusorio, ogni piatto era in grado di ribaltare la lettura che avevamo dato del precedente.
Tecnicamente la cucina si basa sulla regola del 3 ovvero tre ingredienti nel piatto con tre sensazioni differenti a caratterizzarli.
Varcata la soglia della Certosa di Maggiano, mettete nel cassetto tutto quello che vi hanno detto sul bilanciamento di due caratteristiche sensoriali in contrasto.
A questo punto dove sta il valore di Lopriore? Nella scelta di materie prime di qualità, nelle cotture perfette e nella leggerezza di ogni portata.
Si vede che ci sa fare ma forse sta passando un momento di appannamento e crisi dopo la bruciante sconfitta che gli è stata inflitta dalla Michelin.
Quando tutti si aspettavano la promozione alla seconda stella arriva la retrocessione a zero ed ecco che appaiono i demoni del voler tornare al top a tutti i costi con il risultato di piatti non più spontanei come prima, in cui l’audacia del giovane sperimentatore viene soppiantata dall’ossessiva rincorsa del prestigio che si aveva e si crede di meritare.
Vedere questo omino paciarotto (vestito in salopette blu e maglia rossa non sarebbe uguale a Mario Bros?) affacciarsi in sala timidamente come se avesse paura di qualche critica fa quasi pena.
Anche il sommelier da segni di ansia da prestazione mentre la ragazza che gestisce la sala lo fa con grande verve e garbo, pure i multietnici camerieri svolgono il compito a dovere.
Pane buonissimo, estetica dei piatti essenzialmente perfetta ma pessima scelta musicale di sottofondo.
Vogliamo parlare dei punti deboli? E’ piuttosto facile, una cucina che, per fare un paragone cinematografico, diremmo alla David Lynch (e non siamo i soli a pensarla così, Lynch è uno dei nostri registri preferiti però, c’è da dire che, la settima arte non ha il dovere di soddisfare palato e pancia).
Molti passaggi sono talmente cervellotici che andrebbero spiegati o ridiscussi.
Siamo dei sostenitori del concetto che l’arte non sia per tutti, che certe cose debbano prima essere studiate per poter essere apprezzate ma a volte ci si trova al cospetto di progetti che vanno ben oltre il lecito (il nostro si intende).
Avete presente i provocatori tagli nella tela di Lucio Fontana? Almeno questi piatti hanno di buono che non sono facili da “copiare” per gli chef azzeccagarbugli.
Insomma una proposta per gourmet “mentali” (non necessariamente più intelligenti e dalla parte della ragione a dispetto di chi cerca la linearità anche in cucina).
Un’esperienza che, in qualche modo, ci ha fatto capire cosa passava nella testa dei critici della guida rossa quando hanno detronizzato questo bravo chef, quella del Canto è un’automobile da corsa condotta col piede sempre pestato sull’acceleratore e ogni tanto può capitare di andare fuori strada, una volta il menu creativo riesce alla perfezione e un’altra non incontra i favori di critica e pubblico.
Ci passa per la mente il ricordo della lettura di “Un marziano a Roma” di Flaiano, all’inizio tutti si interessano alla novità aliena ma ben presto, anche i più appassionati di gossip, se ne dimenticano e guardano oltre, alla ricerca della “novità più nuova”.
Prima delle conclusioni un’ultima immagine, abbiamo provato a schiarire un po’ le foto ma aumentando la luminosiva si perdevano i colori originali e qualità a livello di pixel…canto.jpg

Se ci chiedeste ora se torneremmo volentieri a trovare Lopriore la risposta sarebbe no, troppo lontano dal nostro ideale di cucina, pur non considerandoci dei bigotti tradizionalisti.
Bottura, Cracco, Crippa, Cedroni, Viglietti, Scabin e Bartolini con la loro unicità ci hanno impressionato favorevolmente, in questo caso abbiamo fatto veramente fatica a rapportarci con la cucina anche se sono molteplici gli aspetti positivi annotati.
Restiamo comunque alla finestra in attesa di sviluppi e novità in quel di Siena così chissà che in un futuro non venga la voglia di riprovarci.
Non sapendo come fosse Il Canto in passato e non avendo la minima idea di che intenzioni avranno i gestori per il futuro consigliamo alla squadra di insistere nella direzione della qualità senza farsi influenzare dai voti di guide e critici, non vorremmo che questo ristorante venga ricordato solo come una meteora al pari di, permetteteci il parallelismo musicale, quei gruppi musicali da una sola hit.
Ci sentiamo allo stesso tempo di invitare lo chef a proporre piatti con il suo stile ma più “fruibili” per non diventare come quei DJ che mettono solo musica che piace a loro svuotando la pista, perchè stile e personalità sono una cosa, egocentrismo e cocciutaggine un’altra.
Recensione con troppe fastidiose similitudini? Può darsi, fastidiosi come quei 50 centesimi nel conto derivanti da euro x.50 di acqua naturale… ma cavolo, pure il mezzo euro hanno voluto!?
Partendo da concetti espressi poco sopra ma cambiando leggermente direzione arriviamo all’accostamento musicale. Un gruppo che ha alimentato il proprio successo su una cerchia di appassionati, che la massa ha scoperto solo al terzo album, che le major hanno prima spolpato a livello creativo poi ributtato nell’oblio. Parliamo dei PRIMUS di Les Claypool, disco consigliato “Frizzle Fry” (1990), geniale mix di funk, metal e altro. Ora Claypool, uno dei più talentuosi bassisti della storia del rock, abbandonato dalla Interscope Records si sta ricostruendo una verginità nella scena rock alternativa con alcuni album solisti sulla propria etichetta, la Prawn Song. Peccato che la nicchia, bastarda come poche, lo rinneghi in quanto  traditore, tacciandolo di essersi troppo invaghito del successo (sigla di South Park) e venduto al dio denaro (troppe band senza identità e partecipazioni qua e là).

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